Cassazione, la complicanza non salva il medico dalla responsabilità

Professione | Redazione DottNet | 05/07/2015 13:42

Al medico convenuto in un giudizio di responsabilità, per superare la presunzione posta a suo carico dall'articolo 1218del codice civile , non basta dimostrare che l'evento dannoso occorso al paziente rientri «astrattamente» nel novero di quelle che nel lessico clinico vengono chiamate «complicanze», benché rilevate dalla statistica sanitaria. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza 13328/2015 , chiarendo che il sanitario deve sempre fornire la dimostrazione positiva di aver agito secondo la leges artis.

Il fatto - La domanda di risarcimento del danno proveniva da una donna costretta a dover ripetere più volte un intervento agli occhi prima di arrivare ad un esito positivo. Secondo la Corte di appello di Roma che ne aveva accolto la domanda, la nozione di «complicanza» agitata dal medico e dalla clinica per andare esenti da responsabilità, era «giuridicamente irrilevante» in quanto «il medico ha l'onere di provare in concreto l'esatto adempimento della propria obbligazione, e non gli è sufficiente che la sussistenza d'una causa di esclusione della colpa possa essere solo astrattamente ipotizzabile».

 

 

La motivazione - Una ricostruzione condivisa dalla Cassazione secondo cui «al diritto non interessa se l'evento dannoso non voluto dal medico rientri o no nella classificazione clinica delle complicanze: interessa solo se quell'evento integri gli estremi della "causa non imputabile": ma è evidente che tale accertamento va compiuto in concreto e non in astratto». Mentre la circostanza che un evento indesiderato sia qualificato dalla clinica come "complicanza" «non basta a farne di per sé una "causa non imputabile" ai sensi dell'art 1218 c.c. ; cosi come, all'opposto, eventi non qualificabili come complicanze possono teoricamente costituire casi fortuiti che escludono la colpa del medico». Dunque, spiega la sentenza, sul piano della prova nel giudizio di responsabilità tra paziente e medico: o il medico riesce a dimostrare di avere tenuto una condotta conforme alle Ieges artis, ed allora egli va esente da responsabilità a nulla rilevando che il danno patito dal paziente rientri o meno nella categoria delle "complicanze"; o, all'opposto, il medico quella prova non riesce a fornirla: ed allora non gli gioverà la circostanza che l'evento di danno sia in astratto imprevedibile ed inevitabile, giacché quel che rileva è se era prevedibile ed evitabile nel caso concreto. Prevedibilità ed evitabilità che è onere dei medico dimostrare.

 

 

Il principio - Riguardo poi la domanda incidentale della paziente che lamentava la mancata liquidazione del danno patrimoniale dovuto alla sostituzione delle cornee, operazione ripetuta per ben due volte, i giudici, affermando un principio di diritto, chiariscono che: «Chi domanda in giudizio il risarcimento del danno ha l'onere di descrivere in modo concreto i pregiudizi dei quali chiede il ristoro, senza limitarsi a formule vuote e stereotipe come la richiesta di risarcimento dei "danni subiti e subendi"». Come aveva fatto la paziente ritenendo la domanda implicita. «Domande di questo tipo – conclude la sentenza - , quando non ne sia dichiarata la nullità ex art. 164 c.p.c. , non fanno sorgere in capo al giudice alcun obbligo di provvedere in merito al risarcimento dei danni che fossero descritti concretamente solo in corso di causa». articolo 1218del codice civile Corte di cassazione con la sentenza 13328/2015 leges artis Il fatto La motivazione art 1218 c.c. Ieges artis Il principio ex art. 164 c.p.c.

 

 

Fonte: sole24ore

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