Quando è difficile fare prevenzione

Medicina Generale | Paola Conforto | 06/10/2015 10:50

La prevenzione di alcune patologie gravi come quelle oncologiche, necessita di una verifica sul campo.

Non sempre è così automatico o facile eseguire alcune delle indagini diagnostiche necessarie. Eccovi una storia vera e triste, ma che si ripete con una certa frequenza.

Una paziente di 67 anni, presenta nell'ultimo periodo un anemia normocromica, normocitica. Al successivo controllo, dopo un mese dalle ultime analisi, è ancora presente l'anemia. Così si discute con lei e con i familiari sulle possibili cause, ma quando per la diagnostica propongo di fare gastro e colon-scopia per escludere malattie più gravi, oltre al diniego, vengo derisa e quasi umiliata per accanimento, a nulla serve il tentativo di convincerla comunque.

Poi dopo un mese, in seguito ad un episodio di ipotensione e crisi lipotimica, la paziente viene portata al pronto soccorso e gli viene eseguita una e.g.d.s. in urgenza poiché agli esami eseguiti durante la visita risulta una discreta anemia.

L'esito è sconcertante: ca gastrico perforato. Così viene programmato ed eseguito l'intervento chirurgico ed io rivedo la paziente solo quando in uscita dal ricovero viene per prescrivere una serie di esami di controllo e terapie. C'è purtroppo questa mancanza di dialogo tra specialisti ospedalieri e medici di famiglia, per cui questo percorso diagnostico e terapeutico, anche se non troppo lungo, un paio di mesi, viene nascosto alla conoscenza del medico di famiglia, finché qualcuno non si fa “vivo”.

Al suo arrivo in studio, la paziente si giustifica di questa mancanza di informazione, dicendo che la prescrizione ospedaliera di una serie di esami e visite non ha reso necessario, anche secondo i familiari della paziente, di informare il MMG. Ma il fatto drammatico è che la paziente è molto risentita con me perché non l'ho “spaventata” abbastanza sulla possibilità di avere una malattia più grave.

Così non dico che litighiamo, ma mi ribello abbastanza a questa protesta, che per me è gravissima, visto che è il mio lavoro e perché ho fatto di tutto mesi prima per convincere lei ed i familiari ad eseguire indagini più complete anche se invasive.

Ci lasciamo un po' male, in genere sono molto affettuosa e tranquilla, ma questa volta sono stata risoluta e distaccata. Poi succede l'imprevisto. Una sorella della mia paziente, più giovane e con un altro medico di famiglia, esegue l'e.g.d.s. in “assoluto benessere”, su suggerimento dell'oncologo che sta seguendo la mia paziente.

L'esito questa volta non da scampo alla paziente, che risulta avere una grossa neoformazione gastrica, con metastasi diffuse al fegato e all'intestino. Purtroppo dopo sei mesi la sorella della mia paziente muore in seguito alle metastasi e a varie complicanze del caso.

Il mio rapporto medico/paziente cambia, da che ero stata una “concausa” della mancata diagnosi precoce ora l'avevo salvata, perché comunque avevo insistito e ai primi sintomi di debolezza, memore delle mie parole si era recata in ospedale e comunque si è convinta che c'è una certa fatalità che accompagna la vita di ognuno di noi.

Ad oggi sono passati tre anni, la paziente sta bene, i controlli vengono eseguiti con regolarità e il nostro rapporto di fiducia è tornato normale.

Così, ben venga la prevenzione, ma non sempre il paziente è disposto a subire una serie di controlli.

La paura della malattia non supera quella dell'esame richiesto finché non c'è una diagnosi di gravità, soprattutto nei soggetti appartenenti a una generazione precedente, in cui non erano in uso alcuni esami e purtroppo si moriva senza sapere perché.

“Contenuto a carattere medico o sanitario proveniente da una esperienza personale dell’utente”

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