Gli italiani rinunciano alle cure: dentisti e specialisti in crisi

Redazione DottNet | 20/10/2015 19:25

Per risparmiare si rinuncia anche alla palestra e al benessere

Il mal di denti è diventato un problema costoso, a volte irrisolvibile. . Ecco perché sempre più italiani decidono di rinunciare alle cure odontoiatriche (oppure di pagarle in nero), a causa degli alti costi di questo tipo di prestazioni sanitarie. Secondo il Censis, in media il 14,2% degli italiani nel 2014 ha rinunciato ad andare dal dentista, percentuale che sale al 32,3% se si considerano solo le persone a basso reddito. Ma la contrazione delle spese per i servizi di welfare è un fenomeno molto più ampio e in crescita, che coinvolge anche altri tipi di attività sanitarie e sociali. I numeri sono molto consistenti visto che sono stati oltre 9 milioni gli italiani che nel 2014 hanno rinunciato o rimandato una prestazione sanitaria.

 

Nel dettaglio, nel 13% delle famiglie italiane almeno una persona nel 2014 ha dovuto rinunciare a sottoporsi ad una visita specialistica privata, valore che sale al 41,3% per chi percepisce un basso reddito. Per gli accertamenti diagnostici, si passa dal dato medio generale del 7,5% di 'rinunciatari', al 29% per gli indigenti. Altri esempi di razionamento intenzionale delle famiglie nel welfare possono essere rintracciati sul piano dei sacrifici relativi alle attività educative o a queste collegate, per esempio sul versante dei servizi di cura. Il taglio delle prestazioni, come rinuncia o rinvio, riguarda poi il 12% dei cittadini italiani che nell'ultimo anno ha rinunciato alla palestra e ad altri tipi di attività sportive, una percentuale che raddoppia per le persone a basso reddito. Non ci si priva solo di visite mediche ed esami quindi, ma anche dello sport e soprattutto delle attività legate al benessere di cui nell'ultimo anno ha fatto a meno almeno una volta il 14,8% delle famiglie (il 25,3% nel caso di redditi bassi).

 

Quasi un italiano su due smette di curarsi, oppure comincia a rimandare analisi cliniche e visite mediche. La colpa è delle lunghe attese della sanità pubblica e dei costi ancora troppo elevati di quella privata, che spingono le famiglie a tirare la cinghia e a risparmiare anche sui servizi di welfare che prima ritenevano indispensabili. Questa la fotografia scattata da un recente rapporto del Censis, che evidenzia come, nell'ultimo anno, nel 47,1% delle famiglie, almeno una persona ha dovuto rinunciare a una prestazione sanitaria. Chi decide di andare lo stesso dal medico o di sottoporsi a esami specialistici più o meno costosi spesso paga 'di tasca propria' "il 18% della spesa sanitaria totale". Una percentuale molto più alta rispetto al 7% della Francia e al 9% dell'Inghilterra e che si traduce in una spesa pro capite annua di circa 500 euro.

 

Una situazione che fa riflettere i cittadini e fa dichiarare al 53,6% degli intervistati dal Censis che "la copertura dello stato sociale si è ridotta". Nel complesso, circa la metà delle famiglie italiane ha dovuto infatti rinunciare in un anno ad almeno una prestazione di welfare: dalla sanità all'istruzione, dal socio assistenziale e al benessere. Le quote più elevate di rinunciatari sono nei comuni con al massimo diecimila abitanti (dove oltre il 59% delle famiglie ha razionato le spese nel welfare), nelle regioni del Sud e delle Isole (57%), tra le famiglie mono genitoriali e i Millenials. Non è un caso se a queste tematiche si aggiunge anche un altro problema: quello di servizi di welfare pagati senza fatture o ricevute. Nell'ultimo anno, infatti, secondo il Censis "al 32,6% degli italiani è capitato, direttamente o a un membro della proprio famiglia, di pagare prestazioni sanitarie o di welfare in nero". In particolare, oltre il 21% degli intervistati ha dichiarato di aver pagato senza fattura o ricevuta visite mediche specialistiche, il 14,4% visite odontoiatriche, il 2,4% ripetizioni di matematica e di lingue e l'1,9% prestazioni infermieristiche". Nel Meridione la percentuale sale ancora di più, visto che a pagare questo tipo di servizi in nero è stato il 41% degli intervistati.

 

 

fonte: censis