Orario lavoro, no dei medici a deroghe e proroghe

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 08/11/2015 16:58

Il 25 novembre non ci sarà l’addio ai turni massacranti in corsia: le Regioni propongono una nuova regolamentazione e chiedono di far slittare l’attuazione della Legge 161 con cui l’Italia si doveva adeguare alla direttiva Ue 2003/88 sugli orari di lavoro e sui riposi obbligatori

«Il problema degli orari di lavoro dei medici non si risolve con un rinvio o, peggio ancora, provando a metterci una pezza con un regolamento posticcio». L’approssimarsi del 25 novembre, data che dovrebbe segnare l’entrata in vigore della Legge 161 per mettere al bando i turni massacranti, causati dalla violazione della direttiva Ue 2003/88, sta generando un’affannosa corsa a soluzioni tampone. Soluzioni che non piacciono e continuano a danneggiare i medici, davanti ai quali alza lo scudo Consulcesi, che per prima ha sollevato il problema, raccogliendo in meno di un anno oltre 5mila ricorsi.


«La proroga è una sciocchezza – afferma con forza Riccardo Cassi, presidente Cimo e portavoce di Alleanza per la Professione Medica (nella foto) –. È inutile senza un progetto chiaro alle spalle, condiviso con noi rappresentanti dei medici. Si facciano norme che garantiscano davvero i riposi, e che vengano poi davvero applicate. Sacrosanti in questo contesto i ricorsi sui turni massacranti, soprattutto quando le ore in più non vengono neanche pagate. Abbiamo già dichiarato uno sciopero il prossimo 16 dicembre: se non cambia nulla porteremo in piazza anche questo tema».
Non convince, insomma, la proposta del Comitato di Settore Sanità delle Regioni, presieduto da Massimo Garavaglia. Sostanzialmente verrebbero inserite delle deroghe sugli orari di lavoro e nei riposi, in relazione a quanto disposto dalla direttiva europea violata, e si chiederebbe al governo di “scavalcare” il 25 novembre con un rinvio da inserire nel primo testo di legge utile.


«La toppa che si vuole applicare è peggio del buco – dichiara Simona Gori, Direttore Generale di Consulcesi Group –. Come sempre noi siamo al fianco dei medici per far valere i loro diritti negati. Negli ultimi mesi abbiamo già avviato oltre 5mila ricorsi ai quali se ne stanno aggiungendo, giorno dopo giorno, tantissimi altri. Si agisce contro lo Stato per la violazione della direttiva europea 2003/88 – conclude il Dg di Consulcesi Group – e ci sono sempre più Omceo, Enti, Associazioni e Sindacati che hanno convenzionato tutti i loro iscritti pronti a sostenere i camici bianchi per affermare un nuovo principio di giustizia, come già successo con gli ex specializzandi. Proprio per questo è imminente una nuova azione collettiva.

 

Per il Ssn, ciò significa che in ospedali e strutture pubbliche sui dovrà tornare per tutti alla settimana lavorativa di massimo 48 ore e al riposo biologico minimo di 11 ore tra un turno e l’altro. In entrambi i casi, le disposizioni europee da cui discendevano tali tetti erano state derogate (dalla legge 133/2008 e dalla 66/2003) per evitare al Servizio sanitario nuove assunzioni e quindi incrementi insostenibili della spesa per il personale. I due provvedimenti, emanati per salvare i direttori generali delle Asl da pesanti sanzioni, avevano innescato una doppia diffida dall’Unione europea, alla quale il nostro Paese aveva risposto un anno fa con la legge 161/2014, che stabiliva il ripristino di turni massimi e riposo minimo dal 25 di questo mese.

Come spessissimo accade in Italia, in un anno non si è fatto praticamente nulla. Risultato, la scadenza è dietro l’angolo e si è già in clima di emergenza. Anche perché è battaglia sulle soluzioni con cui disinnescare la bomba. I sindacati della dirigenza medica, per esempio, pretendono che il Ssn prenda atto della normativa e risolva le carenze di organico con assunzioni e stabilizzazioni del personale medico precario. Le Regioni, invece, dopo molti tentennamenti sembrano essersi rassegnate all’idea che il problema si può risolvere soltanto nella cornice del rinnovo contrattuale (come peraltro suggeriva la stessa 161/2014). Risultato, l’Aran (l’equivalente della Sisac per la dipendenza del Ssn) ha convocato i sindacati per domani, con l’obiettivo di concludere un accordo da inserire poi nel contratto di settore. Ci vorrà tempo, però, ed ecco perché, come abbiamo pubblicato, dalle Regioni è anche arrivata la richiesta di una proroga della scadenza del 25 novembre: un paio di mesi appena, per non far infuriare l’Europa e dare tempo all’Aran di trattare con i sindacati.

L’orientamento dei governi regionali, in ogni caso, è quello di rendere più elastici i paletti della normativa europea: per esempio, ammettere riposi inferiori alle 11 ore in caso di eventi eccezionali o non prevedibili ed escludere dal computo dell’orario la formazione continua e l’attività liberoprofessionale (intramoenia). Anche perché secondo alcune stime, se si imboccasse la strada auspicata dai sindacati si renderebbe necessario assumere 4-5mila persone tra medici e infermieri. Un salasso, in termini di spesa.

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