Cassazione, depenalizzati gli effetti a catena della diagnosi errata

Professione | Redazione DottNet | 16/11/2015 18:06

Nuova sentenza sulla depenalizzazione della colpa lieve: al medico che sbaglia per colpa altrui va applicata la legge Balduzzi

Nuovo intervento, estensivo, della Cassazione sulla portata della legge 'Balduzzi', la normativa del 2012 che ha depenalizzato la colpa medica lieve. La Suprema Corte, con la sentenza 45527 depositata ieri, ha infatti stabilito che beneficiano di questa riforma anche i camici bianchi che sbagliano diagnosi facendosi influenzare dai precedenti clinici, errati, del paziente che ha richiesto le sue cure dopo aver manifestato gli stessi sintomi che hanno dato luogo al ricovero ospedaliero all'esito del quale altri sanitari erano pervenuti a una diagnosi poi rivelatasi infondata.

 

 

Ad avviso della Cassazione, "il processo diagnostico parte da una attività di anamnesi che comprende anche la conoscenza della storia clinica del paziente e, quindi, le precedenti terapie e ricoveri a cui è stato sottoposto". In pratica, nel valutare la colpa medica di un camice bianco, occorre tenere presente la "possibile incidenza", nella sua diagnosi, delle valutazioni dei medici che in precedenza si sono occupati del paziente. Per questo motivo, i supremi giudici hanno accolto il ricorso di Gustavo C., medico di continuità assistenziale - la ex guardia medica - contro la condanna a un anno di reclusione inflittagli dalla Corte di Appello di Torino, nel 2014, per l'omicidio colposo di un paziente, Jorg Z. al quale aveva diagnosticato, durante una visita domiciliare, una patologia gastrica mentre l'uomo aveva in corso un infarto mortale.

 

 

Il medico non aveva disposto l'invio al pronto soccorso, pur dopo aver rilevato che il paziente aveva "dolore toracico retro sternale con irradiazione al braccio bilateralmente". Nella sua diagnosi, il camice bianco - riporta la sentenza - aveva "fatto affidamento sulla diagnosi effettuata pochi giorni prima, durante un ricovero ospedaliero con una analoga sintomatologia, all'esito del quale era stata diagnosticata una sospetta colica addominale". Tenendo presente questa circostanza, in primo grado, il gip del Tribunale di Asti, nell'ottobre del 2012, un mese prima dell'entrata in vigore della legge 'Balduzzi', aveva comunque assolto il dottore. Ma in appello, su impugnazione del pm, il medico venne condannato perché ad avviso dei giudici torinesi "l'errata diagnosi di sospetta colica addominale, formulata all'atto delle dimissioni non doveva considerarsi vincolante per Gustavo C. in quanto il paziente era stato dimesso, contro la volontà dei sanitari, prima del completamento di tutti gli esami".

 

 

Inoltre, Gustavo C. "avrebbe dovuto effettuare una autonoma valutazione del quadro sintomatologico che era chiaramente indicativo di un infarto in atto" mentre il suo atteggiamento era stato "gravemente imprudente e imperito". Nel ricorso in Cassazione il camice bianco ha chiesto l'applicazione della legge 'Balduzzi' sottolineando che era "illogico ritenere che il medico di continuità non avrebbe dovuto tenere conto delle risultanze degli esami svolti pochi giorni prima in ospedale e delle conclusioni diagnostiche". Nell'accogliere la tesi difensiva, i giudici della Quarta sezione penale della Suprema Corte spiegano che "sebbene gli orientamenti" sulla portata della legge 'Balduzzi' "non si siano ancora consolidati", loro ritengono di "estendere la rilevanza della colpa lieve anche ad addebiti diversi dall'imprudenza". Per la Cassazione, i giudici dell'appello "non hanno affrontato esplicitamente la possibilità della applicazione, nel caso in esame, della depenalizzazione introdotta dalla legge 'Balduzzi'" ed hanno sbagliato a ritenere connotata da "gravità" la colpa di Gustavo C. che ora sarà riesaminata in un nuovo processo.

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