Sequestro dei beni per sei medici imputati di omicidio colposo

Redazione DottNet | 27/11/2015 14:46

Il provvedimento è del giudice monocratico del tribunale di Santa Maria Capua Vetere che ha accolto la richiesta dei difensori del vedovo e dei figli

Il giudice monocratico del tribunale di Santa Maria Capua Vetere Eleonora Pacchiarini ha disposto un sequestro conservativo dei beni nei confronti di sei medici imputati dell’omicidio colposo di Elena Trepiccione, la 69enne deceduta il 13 giugno di tre anni fa nella clinica Pineta Grande di Castel Volturno dove era stata trasferita d’urgenza dopo essere stata sottoposta a due interventi chirurgici presso la clinica a Minerva-Santa Maria della Salute di Santa Maria Capua Vetere. Accolta dunque la richiesta dei difensori del vedovo e dei due figli della donna, avvocati Angelo Reccia, Alfonso Reccia e Alfonso Furgiuele.

 

A processo ci sono sei camici bianchi della clinica Minerva: Franco Lopez, Antonietta Esposito, Antimo Di Monaco, Andrea Tartaglione, Marco Maria Crescenzo Muto e Michele Scapaticci. Il giudice, riporta il Corriere del Mezzogiorno, ha disposto il sequestro anche in considerazione del fatto che «nell’ipotesi in cui venisse accertata la penale responsabilità degli imputati, l’entità del danno risarcibile sarebbe certamente elevata». Giovedì scorso, il figlio della vittima, Giovanni Carrillo, poliziotto in servizio alla questura di Napoli, ha ripercorso il calvario della madre. Tutto iniziò quando la donna si recò dal suo ginecologo di fiducia, Lopez, lamentando perdite di sangue; le venne diagnosticato un polipo cervicale e programmato un intervento in day hospital presso la clinica Minerva, avvenuto il 27 aprile 2012. «Mia madre – ricorda il figlio – iniziò a lamentare atroci dolori all’addome fin dalle prime ore successive all’operazione. Ci venne detto che era normale e che era normale anche quel vomito continuo. Solo dopo qualche giorno, su insistenza di mio padre, Lopez con la sua equipe decise di sottoporre mia madre a una Tac dove fu evidente che avevano cucito l’intestino alla parete addominale». Il 3 maggio la donna venne nuovamente operata.

 


I medici ci dissero che era andato tutto bene - racconta Carrillo al giudice – e che avevano risolto il problema. In realtà mia madre continuava a peggiorare. Poi ci dissero che era sorta una complicanza, un problema cardiaco. Non ci fidavamo più di quei medici, insistemmo per portarla via, e fu trasferita in ambulanza alla clinica Pineta Grande. Lì, dopo una Tac, i medici ci informarono che mia madre versava in condizioni gravissime: l’intestino era perforato in più punti e in peritonite, quindi doveva essere necessariamente rioperata nuovamente quanto prima. Dopo 48 ore dall’intervento, apprendemmo dai medici di turno della rianimazione che mia madre, sempre in coma, aveva una infezione polmonare, infezione dovuta alla setticemia. Situazione che era peggiorata fino al decesso“. Da qui la denuncia della famiglia contro i medici della clinica di Santa Maria Capua Vetere che avevano eseguito le prime due operazioni. L’esito della perizia medico legale evidenziò anomalie nella cartella clinica, in particolare sull’ intervento del 3 maggio. “La cosa più incredibile è che scoprimmo che mia madre non era affetta da carcinoma all’utero, bensì da una semplice fibromatosi uterina e avrebbe potuto scegliere di non operarsi”

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