Confermato lo sciopero del 16. Simeu, pronto soccorso allo stremo

Redazione DottNet | 03/12/2015 19:12

Dopo la manifestazione sette proposte al governo. Crescono le barelle nei corridoi dei pronto soccorso: l'analisi della Società italiana della medicina di emergenza-urgenza rileva la gravità della situazione

 

I sindacati medici proseguono nella protesta che porterà allo sciopero generale del 16 dicembre, confermato da tutte le sigle. Dopo la manifestazione di sabato 28 novembre, ''in assenza di un confronto programmatico con le istituzioni, rimangono senza risposta le criticità sofferte ed evidenziate dai professionisti e dai cittadini, mettendo a rischio la tenuta del sistema''. La mobilitazione sfocia, così, nello sciopero generale di 24 ore del 16 dicembre e ''nelle forme di protesta che seguiranno declinandosi in richieste chiare anche per il peggior sordo, che poi è quello che, pur dicendo di sentire, non vuole o non sa ascoltare''.

 

Richieste che vengono sintetizzate in sette punti. Il primo e' la riapertura dei tavoli di contratto e convenzioni, non a costo zero, seguito dall'abolizione del comma 128 della legge di stabilità, che depaupera la contrattazione aziendale di risorse storiche. I sindacati chiedono poi l'approvazione di un piano di assunzioni e di stabilizzazione di precari e l'avvio del confronto sull'articolo 22 del patto della salute, ''per rimediare alle condizioni mortificanti e marginalizzanti di esercizio della professione''. Infine i medici puntano i riflettori sull'aumento della sicurezza delle cure per cittadini ed operatori, ''attraverso una legge organica, già approvata da non trasformare in spezzatini vaganti nel mare della giurisprudenza italiana''; la riforma delle cure primarie e come settimo e ultimo punto la cancellazione della subordinazione della rete ospedaliera e territoriale alle facoltà di medicina, prevista dalla legge di stabilità.

 

 

Cresce intanto l'affollamento nei pronto soccorso italiani: nonostante non sia ancora arrivata l'ondata di influenza stagionale già alcuni ospedali "stanno avendo problemi con pazienti fragili che aspettano 3-5 giorni per avere un posto letto in reparto". E' l'allarme lanciato da Alfonso Cibinel, presidente nazionale della Società italiana di medicina di emergenza e urgenza (Simeu) che ha aperto a Roma il simposio nazionale 'Il pronto soccorso e la folla. Analisi del sistema e proposte per un pronto soccorso accogliente, efficace e sostenibile'.


 

Ed ecco alcuni dati (Simeu), rilevati dal sistema di monitoraggio tramite il coinvolgimento 42 ospedali metropolitani o provinciali, i più importanti di ogni regione. Dati inviati al ministero per una proposta concreta su come affrontare l'emergenza barelle (clicca qui per scaricare il documento).



La prima raccolta dati ha riguardato il problema del blocco dei ricoveri dai Pronto soccorso ai reparti, la causa principale del sovraffollamento dei dipartimenti di emergenza. Hanno inviato dati 42 ospedali, di tutte le regioni, con disponibilità complessiva di posti letto variabile da 190 a 1183 (media pari a 686); gli accessi nel 2014 ai 42 PS sono stati in media 70.474 (193 al giorno), compresi tra 37.682 (103 al giorno) e 106.051 (290 al giorno); il campione di ospedali considerato ha accolto nel 2014 il 10,6% degli accessi totali nei PS italiani (2.537.000 su 24.000.000).


 

Alle 8 del mattino di lunedì scorso (30 novembre)erano presenti nei PS coinvolti 377 pazienti in attesa di ricovero, collocati in barelle nella maggioranza dei casi, in media 9 in ogni PS (con variazione da 0 a 39 pazienti), con un tempo massimo di permanenza in barella variabile da 0 a 144 ore (media 32 ore). La proiezione del dato su tutti gli ospedali del Paese consente di stimare in diverse centinaia ogni giorno il numero di pazienti in barella nei PS in attesa di un posto letto nei reparti, anche per molti giorni (fino a 6), un dato destinato a peggiorare criticamente nei mesi invernali.



La quota di pazienti in attesa di ricovero che possono essere curati e assistiti adeguatamente in un PS, senza ricadute negative sulle funzioni primarie del servizio di emergenza, è molto variabile: dipende dalla disponibilità di spazi e di personale, dalla collaborazione delle altre strutture ospedaliere e dal tempo di permanenza. Lo standard internazionale di permanenza massima in PS di 2 ore dopo la decisione del ricovero è ampiamente sforato nel 76% nel campione oggetto dello studio, con situazioni critiche che riguardano circa 1/3 degli ospedali, in particolare quelli di alcune grandi città: Torino, Roma, Napoli e Palermo.



La questione del sovraffollamento è stata analizzata di recente dalla Simeu, nell’ambito del convegno ‘Il Pronto Soccorso e la folla’, svoltosi a Roma. I risultati sono confluiti in un documento che propone strumenti di analisi e di monitoraggio e modalità di intervento organizzativo. Il testo è stato inviato al Ministero della Salute e sarà inviato a tutti gli assessorati regionali nei prossimi giorni, come base per un’alleanza tra le istituzioni e i professionisti della salute per affrontare la situazione.

Per Simeu la causa principale è l’impossibilità di ricoverare i pazienti nei reparti degli ospedali per indisponibilità di posti letto, dopo il completamento della fase di cura in PS. Anche gli accessi inappropriati contribuiscono all’affollamento, ma solo in piccola parte (< 10%). In diversi Paesi con sistemi sanitari ad accesso universale (analoghi al SSN italiano), come la Gran Bretagna, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda, il sovraffollamento è stato affrontato negli ultimi dieci anni con interventi mirati sul sistema, normativi e gestionali. In Italia, sottolinea la Simeu, il problema non è stato affrontato in modo sistematico e ha raggiunto proporzioni insostenibili, con permanenze in PS in barella dei pazienti anche diversi giorni. Questa situazione comporta anche una grave inefficienza, per l’aumento dei tempi complessivi di degenza in ospedale e conseguente incremento dei costi.

Le principali proposte elaborate per invertire la tendenza (clicca qui per scaricare il documento completo):


Elaborazione di disposizioni nazionali e regionali sul sovraffollamento, con obiettivi per le regioni e per le aziende, collegati ad un sistema di incentivazioni/sanzioni, nell'ambito della costituzione di gruppi di lavoro tra istituzioni e società scientifiche sul tema del sovraffollamento, a livello nazionale e regionale;
Definizione di standard omogenei per i tempi massimi di permanenza nei PS, dal momento della prima valutazione medica: meno di 6 ore per il 95% dei pazienti da dimettere e da ricoverare;
Rilevamento regolare e trasmissione alle regioni e al ministero di alcuni indicatori relativi all’affollamento dei PS, da rendere pubblici sui siti delle aziende: tempi complessivi di permanenza in PS, tempi di processo in PS, dall’arrivo alla prima valutazione – dall’inizio della valutazione alla decisione – dalla decisione del ricovero all’invio effettivo in reparto;
Attivazione in ogni azienda/presidio (o anche area vasta) di una funzione centralizzata di gestione della risorsa posti letto (“bed management”) e di eventuali unità di pre-ricovero (holding units) e di pre-dimissione (discharge room)
Elaborazione in ogni azienda sanitaria/ospedaliera e in ogni presidio sede di PS di un piano di gestione del sovraffollamento (PGS), così come esistono i piani per il massiccio afflusso di feriti (PEIMAF).


 

"Lo scorso anno a gennaio ci fu il picco di accessi al pronto soccorso per l'influenza - ricorda Cibinel - oggi sono le persone anziane e più fragili ad affollare i dipartimenti d'emergenza (Dea) perché più a rischio di avere problemi anche seri con patologie lievi o con una banale influenza".


 

"Ogni anno salta fuori in determinati periodi l'annosso problema dell'affollamento dei pronto soccorso - avverte Cibinel - Dobbiamo ricordare che l'attesa sulle barelle nei corridoi aumenta il rischio di mortalità per i pazienti del 30%. Ma ancora non riusciamo a gestire e risolvere queste situazioni. In realtà il problema critico è quello dei pochi posti letto nei reparti: così chi deve essere ricoverato ed è già stato visitato dai colleghi del Dea rimane in attesa. Questa situazione assorbe energie e risorse umane che invece potrebbero essere investite nel gestire i codici rossi e gialli. Alcuni colleghi - afferma il presidente della Simeu - che lavorano in ospedali Roma hanno stimato che il 40-50% del personale viene distratto dalle mansioni del Dea per dare assistenza ai pazienti sulle barelle".


 

"In Paesi con sistemi sanitari ad accesso universale (Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada) lo standard delle attese è stabilito in 4-6 ore. Al paziente - rimarca Cibinel - che arriva al Dea deve essere garantita l'assistenza nell'arco di questo tempo. Cosa che in Italia non riusciamo a fare. Se un paziente con una polmonite rimane nel pronto soccorso invece di andare subito in reparto la sua degenza si allungherà dai 7 ai 10 giorni".


 

La Società italiana di medicina di emergenza e urgenza (Simeu) sottolinea come "il primo passo da compiere per migliorare l'affollamento dei pronto soccorso è il cambiamento culturale che rimetta in discussione alcune metodologie di intervento. Ad esempio - osserva Cibinel - oggi un direttore generale viene valutato per molti indicatori tra questi però non c' è quello dei risultati per la riduzione dell'affollamento".


 

"Ecco - conclude il presidente Simeu - dovremmo ripartire da qui. La risorse fisiche di chi lavora nella medicina d'emergenza-urgenza si stanno assottigliando sempre di più: ritmi e carichi di lavoro fanno emergere situazioni di 'burn out' e forte stress. In questo modo si impoverisce una categoria di medici che ha grande esperienza sul campo e che dovrebbe lavorare in condizioni migliori per garantire la massima qualità dell'assistenza".

 

Il documento Simeu inviato al Ministero


 


 

Fonte: simeu, QS