Un bimbo su due ha carenza di vitamina D

Pediatria | Redazione DottNet | 10/12/2015 13:41

Fino a punte del 70%; da pediatri Consensus una serie di raccomandazioni

La carenza di vitamina D interessa oltre un bimbo italiano su 2, il 50%, fino a punte del 70%. Le conseguenze possono essere importanti, perché ad esempio nel neonato la vitamina D aiuta a prevenire il rachitismo e in generale questa vitamina aiuta a migliorare la densità ossea, ma nuove evidenze scientifiche suggeriscono anche un ruolo positivo in alcune malattie autoimmuni, come il diabete mellito 1, ma anche nell'asma. I pediatri della Sip Società Italiana di Pediatria (SIP) e della Società Italiana di Pediatria Preventiva e sociale (SIPPS), in collaborazione con la Federazione Medici Pediatri (FIMP), hanno realizzato una Consensus sulla vitamina D, coordinata da Giuseppe Saggese, Presidente della Conferenza Permanente dei Direttori delle scuole di specializzazione in Pediatria, identificando i fattori di rischio e offrendo delle raccomandazioni.

 

"L'ipovitaminosi D, condizione che va dall'insufficienza al deficit di vitamina D, riguarda oltre un bambino su due, con punte massime in epoca neonatale e nell'adolescenza, dove si arriva a percentuali del 70%" spiega il Presidente Sip Giovanni Corsello. Tra i fattori di rischio la scarsa esposizione solare, la prematurità, le malattie croniche, l'allattamento al seno esclusivo prolungato e la pelle scura, e tra i suggerimenti di pediatri innanzitutto gioco e attività fisica all'aria aperta, ma anche un cambio negli stili di vita che preveda ad esempio la colazione con il latte, che contiene calcio. "I bambini italiani mediamente non arrivano al 50% del fabbisogno giornaliero di calcio. Pediatri e genitori devono incoraggiarli di più a fare colazione con una bella tazza di latte, un'abitudine italiana da difendere", aggiunge infatti Giuseppe Di Mauro Presidente Sipps. Tra le raccomandazioni della Consensus profilassi con vitamina D per tutti i neonati per tutto il primo anno di vita, indipendentemente dall'allattamento al seno, e da 1 a 18 anni solo in bambini e ragazzi a rischio

 

fonte: sip

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