Comunicazione divina, innocente, politica

Psichiatria | Mario Paladino | 13/01/2009 10:39

La comunicazione – che vuol dire mettere in comune - serve per accorciare le distanze e a produrre nei comunicanti delle modificazioni che li rendono più disponibili agli scambi.
 

Il fissarne il punto di partenza nel momento del concepimento può sembrare un atto arbitrario, ma non è così, perché siamo certi che l’embrione comunica già col suo ambiente, con una sorta di linguaggi biochimici, bioelettrici e metabolici, i soli dei quali dispone: linguaggi elementari e relativamente semplici, ma completamente sufficienti a trasmettere tutti i bisogni vitali del figlio alla madre, che li soddisfa nello stesso momento in cui lui li crea. (I bisogni possono essere visti come tensioni, carenze, fami o vuoti che tendono a riempirsi, e si può affermare che la vita non è altro che un agglomerato di bisogni o un vuoto che tende non soltanto a riempirsi, ma anche ad espandersi).
Lo scambio primordiale di bisogni e di nutrimento fra l’embrione e l’utero si svolge lungo una fitta rete vascolare. L’embrione, appena formato dall’unione di una cellula sessuale maschile con una femminile, è corredato dell’informazione ereditaria proveniente dai genitori e, nella sua fase iniziale è composto unicamente da cellule ‘staminali’, che sono totipotenti, nel senso che possono diventare cellule di qualsiasi organo, cuore, pelle, ossa, cervello e tutto il resto. L’embrione si sviluppa attraverso una serie di eventi che riguardano due momenti importanti, che sono dapprima la moltiplicazione, poi la differenziazione delle sue cellule, le quali, differenziandosi, perdono la loro totipotenza.
Partendo dall’ovulo fecondato, le cellule ‘staminali’ dividendosi si moltiplicano fino a formare una struttura detta ‘morula’, perché simile a una mora e, a questo punto, iniziano i processi di differenziazione per cui le cellule si specializzeranno.
Moltiplicazione e differenziazione si succedono a velocità impressionanti e alla fine del processo, tutte le cellule differenziate hanno alla base il medesimo DNA di partenza, che è quello dell’ovulo fecondato.
L’embrione non è soltanto un agglomerato di cellule staminali, ma è un nuovo essere, dotato di una sua individualità ben precisa, pur non essendo ancora costituito dai 252 tipi di cellule differenziate del corpo definitivo, che ne possiede un milione di miliardi, dove ciascuna cellula è legata a tutte le altre in maniera precisa e flessibile; ma lo sarà.
Se una cellula perde la capacità di differenziarsi e continua a replicarsi, diventa immortale, quindi tumorale. I geni dei quali l’embrione è dotato comunicano fra loro, si influenzano a vicenda e molti ricercatori sono certi che le cellule parlano fra loro utilizzando codici di significazione. Se questo è vero, vuol dire che le cellule capiscono i significati dei messaggi, che sono intelligenti.
Vista così, la vita sembra svilupparsi attraverso una serie di eventi caotici; in realtà, tali eventi risultano di un ordine stupefacente, e il termine ‘caotico’ indica soltanto la nostra ignoranza nel capire e spiegare quell’ordine che si stabilisce dal caos.
L’embrione diventa feto quando gli organi si sono completamente formati e, da questo momento entra in funzione il cordone ombelicale, che rappresenta il più importante canale di comunicazione fra il feto e la madre.
Con l’avanzare della gestazione il feto crea una sorta di linguaggio comportamentale, che manifesta con movimenti in risposta a stimolazioni adeguate: si agita o tira calci quando è costretto in una posizione scomoda o quando un getto d’acqua colpisce il ventre della madre o deflagra nelle vicinanze un rumore forte e improvviso. Già a sette settimane di vita, quando misura circa diciotto millimetri, ha dei movimenti ventricolari in tutto il minuscolo corpo e una struttura pulsante che è l’abbozzo del sistema circolatorio. L’ecografo mette tutto in evidenza. A quindici-sedici settimane compie movimenti finalizzati (deglutisce, succhia, afferra e sposta il cordone ombelicale con le mani) a diciannove tocca la bocca, il viso, il tronco, i piedi e, probabilmente, accanto al linguaggio comportamentale sviluppa quello emotivo, che si manifesta sia per via somato-psichica, quando, per esempio, una madre perennemente ansiosa gli scarica addosso ondate di catecolamine che lo costringono a difendersi (la tachicardia è una reazione in tal senso) sia per via puramente psichica quando è continuamente disturbato da urla o da rumori squassanti.
Di solito ci raffiguriamo la vita uterina come uno stato passivo e placido, una specie di nirvana o un’esperienza paradisiaca che non si ripeterà mai più, ma è un’apparenza che forse risponde a una nostra necessità d’idealizzazione. La realtà è diversa. Il nirvana è un mito e la passività è relativa, perché il feto svolge un’intensissima attività metabolica e biochimica, reagisce a stimoli piacevoli e dolorosi, a suoni e rumori, ed emette dei segnali d’ordine endocrino, dinamico ed emozionale, commisurati ai mezzi che ha, che possono essere evidenziati tutti con le tecniche adatte.
Il feto produce bisogni in quantità enorme, che crescono col passare del tempo e che gli sono soddisfatti in modo sicuro e totale quando il funzionamento delle strutture materne è in equilibrio con le sue richieste. Lui si sviluppa in armonia perfetta, non soffre, e ha prontamente sedata ogni tensione: si nutre, metabolizza con precisione, cresce e prepara i meccanismi per vivere quando uscirà alla luce. I suoi bioritmi si susseguono regolarmente e le fasi di attività e di quiete si alternano senza scossoni. Tutto secondo i programmi della natura, mentre lui non prova alcuna esperienza cosciente di piacere o di sofferenza, alle quali si va preparando. In quest’alba esistenziale si sviluppa in condizioni di dipendenza assoluta, eppure, paradossalmente, la sola pre-sensazione che può avere – un quid di psichico elementare - è quella di onnipotenza, perché ha tutti i bisogni pienamente soddisfatti nello stesso istante in cui li crea. La pre-sensazione di onnipotenza, straordinariamente lunga e ripetuta, è di enorme importanza, perché lentamente si consolida in memoria di onnipotenza, una memoria tanto pregnante da imprimersi stabilmente nella sua tenera psiche.
La memoria di onnipotenza, destinata a rimanere per sempre avvolta nelle tenebre e inaccessibile a ogni scintilla di consapevolezza, imprime il suo sigillo alla comunicazione che si sta svolgendo e, dall’oscurità degli abissi, eserciterà sull’uomo il proprio potere per tutta la vita. Questa proto-comunicazione elementare, tanto semplice e in apparenza tanto insignificante, è la più completa che si possa immaginare, perché è la più libera e totale. Poiché il feto è al centro del cosmo, anzi “è” il centro del cosmo e ha tutto quello che vuole, tale comunicazione appare così perfetta che possiamo chiamarla comunicazione divina, dove il dio comunicante è lui.
Forse in questa fase oscura si costituiscono le basi per quella che sarà in seguito l’idea della divinità, perché quella divinità, quel Dio che cercheremo e accetteremo essere ovunque, fuori e dentro di noi, lo siamo stati realmente noi, nel tempo della nostra onnipotenza.
Il feto, fin dalla sua comparsa come ovulo fecondato, conduce un’esistenza fatta di bisogni che si moltiplicano fino alla morte. Il suo bisogno primo e fondamentale è la vita, che dal concepimento in avanti prende in forma molto concreta dalla madre attraverso un contatto diretto: lui non assume soltanto cibo e calore, ma assorbe vita da lei, che lo accetta senza pregiudizi e lo nutre e ne dà per scontati gli enormi bisogni, che soddisfa, e che crescono in lui che cresce. Lo scambio risponde a un criterio perfettamente equilibrato: il feto assorbe vita e non si limita a dare in cambio alla madre una semplice compensazione psicologica: le dà altra vita, sia pure in forma diversa, ossia le dà i suoi bisogni, e la madre ha bisogno dei bisogni del figlio.

Il parto stravolge con grande violenza la vita uterina e, nella catastrofe, c’è l’interruzione totale della comunicazione. Nelle drammatiche sequenze del travaglio, il funicolo ombelicale, tormentato, compresso e schiacciato si fa inservibile e il nascituro non ha alcuna possibilità di compenso.
Il trauma è fatale per la comunicazione divina.
Probabilmente fin dalle prime fasi del parto, quando incominciano a strapparsi tutte le connessioni esistenti, il nascituro subisce delle stimolazioni terrificanti, senza il conforto della comunicazione che s’interrompe. Le sue nebulose capacità di sentire sono investite da ondate di stimolazioni stressanti che, più avanti, lui registrerà come angoscia. L’angoscia fa dunque qui la sua prima vaga comparsa. Durante il travaglio, il nascituro non comunica più con la madre, pur rimanendo in strettissimo contatto con lei a sperimentare sensazioni tanto forti, diverse e nuove, come non proverà più nella vita e, oltre alla sofferenza totale del suo organismo, compresso, spinto e schiacciato, si ritrova solo e sperduto in una solitudine sterminata, dove nessuno può raccogliere le sue mute invocazioni d’aiuto. Questa solitudine immensa, che si apre come una voragine nel momento del massimo bisogno, non può che generargli una sensazione d’angoscia, un’angoscia che, malgrado ogni sforzo, non può comunicare a nessuno: è la prima ondata d’angoscia che, fusa con l’impossibilità di comunicare, diventa il modello di tutte le angosce successive della vita. (1)
Il nascituro è isolato da tutto: la simbiosi si sta risolvendo nella separazione e, forse, nello stesso momento in cui il cordone spegne la sua funzione e la simbiosi si sfalda in un clima di sofferenza e di dolore, parte, vago e incerto, il processo della percezione di sé, che continuerà, molto più avanti, in quello della cognizione di sé.
Probabilmente anche il vissuto della percezione del tempo e del suo fluire nasce da questa primordiale angoscia: il nascituro dà il via alla percezione del tempo, perché soffre la sua primissima attesa di arrivare alla luce. Stretto nel torchio dell’utero che si sta contraendo, aspetta il momento di uscire nel mondo di luce e patisce la terribile attesa: sofferente e solo, si scontra col tempo, con un tempo che non passa mai. Il doloroso tragitto verso la luce gli imprime il suo marchio di terrore, che s’infigge negli abissi della tenera psiche per rimanere lì, per sempre nascosto, ma attivo, a tingere dei suoi truci colori tutti i grandi passaggi successivi, soprattutto quello supremo della morte. La morte è il passaggio dalla luce al buio perpetuo, simmetrico a quello dal buio perpetuo alla luce.
Le primordiali percezioni del tempo e del sé scaturiscono dunque dalla sofferenza. Se questo è vero, vuol dire che le nostre fondamenta portano il sigillo della sofferenza, che la sofferenza è dentro la nostra struttura di base e che, quando supera un certo livello, si tramuta in un germe dal quale germoglierà l’immagine di un io fondamentalmente sofferente. Forse quello che noi chiamiamo malattia psichica non è altro che l’ingrandimento di quest’immagine dolorosa, e quello che chiamiamo salute non è che la sua contrazione, rimpicciolita per la presa di coscienza di una realtà più complessa, fatta anche di gioia e di piacere.

Il neonato piomba nello spazio immenso di un universo sconosciuto, freddo e abbagliante di luce, irrimediabilmente lontano dal vecchio mondo umido, caldo, buio e silenzioso, dov’era onnipotente; ora, per soddisfare i bisogni, più urgenti che mai, li deve riconoscere e manifestare, e la sensazione che gliene deriva è quella della presenza di un oggetto separato da sè, che ha il potere di soddisfarli. Sopravvissuto alla catastrofe della separazione, scopre la capacità di azionare il meccanismo della respirazione, già predisposto e mai collaudato e, reagendo agli stimoli esterni, libera l’energia che ha dentro, che scuote apparati e sistemi e li fa partire tutti. Lui non può che aiutarsi da solo e, per mettere in moto i suoi meccanismi, risponde agli stimoli che il mondo gli manda. Il successo gli salva la vita, però s’imbatte in una crisi di adattamento: non c’è più il caldo e l’umidità, ma il freddo e l’aria, non più l’oscurità, ma la luce, non il silenzio, ma il rumore; soprattutto non c’è più il contatto continuo con il contenitore, ma un vuoto sterminato, pauroso, misterioso e ignoto, che lo induce a scoprire la capacità di mantenersi in vita, per non farsi divorare dallo spazio. Ha così la primordiale percezione dello spazio, una percezione che gli incute paura, la prima paura della vita: ed è la paura che lo spinge a mobilitare tutte le capacità per sopravvivere e a creare senza fallire, pena la fine, perché lo spazio ha i colori della minaccia. E crea, senza fallire.
Scoperta la capacità di azionare apparati e sistemi, e ormai animato da grande vitalità, è pronto a riattivare la comunicazione divina, alla quale era abituato da feto. I suoi richiami, però, si perdono nel nulla, perché il cordone ombelicale non c’è più. Se vuole comunicare è necessario che scopra qualche altro modo e non ha molto a disposizione: i meccanismi appena attivati, respirare, vagire, piangere, succhiare ed espellere, sono difficili da utilizzare come linguaggi, ma non c’è altro. Allora li tenta e prova a lanciare i messaggi sotto forma di pianto, sorriso, movimento o altro, cercando di dare a ciascuno un significato. Tentando e tentando s’accorge che alcuni possono essere usati e che il sistema che cerca di organizzare è discretamente efficace.
Il neonato utilizza il nuovo tipo di comunicazione, che è ben diversa dalla comunicazione divina, anche perché oscilla fra condensazioni e interruzioni improvvise a causa della distanza che lo separa da chi ha cura di lui: la mamma, infatti, può allontanarsi o non essere disponibile ad accogliere le sue richieste. In ogni caso lui deve stare al gioco e non può fare altro: non sa neppure che esistono le distanze, non distingue ancora con sufficiente chiarezza il proprio ‘io’ dall’altro, perciò tenta di adattare il nuovo tipo di comunicazione all’ormai perduta comunicazione divina, manifestando liberamente i bisogni, senza rimuoverne alcuno.
Il tentativo reiterato di rimettere in movimento la comunicazione divina (tentativo visibile quando il bambino tende a soddisfare unicamente i propri bisogni orali) caratterizza quel tratto di vita conosciuto come fase del narcisismo primario o dell’autoerotismo. È una fase di grande importanza, perché si configura come base profonda dell’innocenza.
L’innocenza - che non vuol dire innocuità - imprime il suo marchio al nuovo tipo di comunicazione, che chiamerò comunicazione innocente. Il bambino è innocente, perché esprime in modo diretto e concreto i propri bisogni, senza inibizioni, senza controllo e senza timori. Ma non tutti i bisogni gli vengono soddisfatti e lui rimane in tensione perché sente vanificata la grande fatica per riconoscerli, codificarli e comunicarli. Il bambino sperimenta per la prima volta la frustrazione
L’innocenza non ha vita facile, perché l’educazione con le sue leggi è pronta a manipolarla. Gli adulti si comportano come se fosse pericolosa e sollecitano il bambino ad abbandonarla. Gli chiedono di rinunciare a certi bisogni e di non manifestarli nemmeno, esigendo da lui il rispetto delle loro leggi. Essi decidono quali debbano essere i bisogni da soddisfare, quali da manifestare, quali da rinviare, da reprimere, da rimuovere o da temere e, pur rimpiangendo (con ipocrisia) la ‘beata innocenza’, ne premiano la repressione, ne puniscono la manifestazione ed esercitano su di essa una pressione così ostinata da farla svanire nell’obsolescenza. Il bambino si arrende a tale sacrificio, che è il sacrificio di parti di vita.
Vinto da forza maggiore, cerca altre vie e scopre e apprende nuovi linguaggi, alcuni dei quali altamente sofisticati e buoni a veicolargli nutrimento, sotto forma di emozioni, sentimenti, conoscenza e sapere. Il suo nuovo tipo di comunicazione, costretta a cedere all’educazione uno spazio sempre maggiore, è di genere tutto diverso: è utilissimo per molti versi, ma disperato ai fini del salvataggio dell’innocenza, perché i nuovi cavillosi linguaggi, anziché aiutarla, la deteriorano sempre di più. Per conservare la sua innocenza lui dovrebbe vivere al di fuori dei codici, ma la cosa gli è impossibile.
L’innocenza, smembrata, cede a una comunicazione guardinga, astuta, razionale, prodotta da repressioni, rimozioni e distorsioni. Gli adulti allettano il bambino con l’esca della protezione e della sicurezza per costringerlo a barattare l’innocenza con la rimozione di tanti bisogni, e lui, per salvarsi, si politicizza e adotta una nuova forma di comunicazione che s’impadronisce del campo: la comunicazione politica. Ma l’olocausto dei linguaggi proibiti inocula al bimbo il germe dell’infelicità.
Gli adulti sono convinti che la comunicazione politica è la migliore e la più completa, perché sembra includere tutti i linguaggi. In realtà non lo è. Se lo fosse, saprebbe trasmettere l’essere nella sua interezza, senza escludere nulla, invece in ciascun rapporto sviluppa delle specifiche combinazioni di linguaggi, sempre differenti fra loro, dove alcuni sono esclusi, perché vietati o puniti oppure inadatti. Non è la più completa, perché addestrando il bambino a rimuovere i bisogni sgraditi agli adulti, ne sopprime i relativi linguaggi, la cui immolazione, oltre a segnare la fine dell’innocenza, produce danni e vantaggi. Danni, perché il bambino, che potrebbe esprimersi correttamente soltanto con l’aiuto dei linguaggi sacrificati, teme che sia cattivo tutto ciò che contengono i linguaggi fuorilegge e rischia di ripiegare nel conformismo; vantaggi, perché è stimolato a cercarne altri nuovi e migliori.
L’educazione che eccede nel censurare i linguaggi innocenti costringe i rimanenti, quelli raccomandati e non adatti allo scopo, a trasmettere i messaggi in modo distorto; cosicché il rapporto fra i comunicanti può divenire eccessivamente faticoso. Lo scambio è più facile se i comunicanti manifestano e accolgono reciprocamente i loro bisogni, ma per spalancarsi l’un l’altro occorrono tutti i linguaggi. Il tentativo di rigenerare i mancanti – quelli atrofizzati, perché considerati indegni dall’educazione - fa scattare la punizione; ma se il bambino trova il coraggio di recuperarli, di usarli e resistere, scopre di non essere affatto cattivo, come gli educatori cercavano di fargli credere.
La comunicazione politica, con la ricchezza che vanta, spesso è incapace di far dialogare come vorrebbe, perché elaborando eccessivamente i messaggi e trasmettendoli in termini non chiari li fa arrivare contorti o poco comprensibili. Ma è più vicina alla completezza se include spazi abbastanza grandi di quell’innocenza che filtra oltre il setaccio dell’educazione. Ne passa un po’ quasi sempre. Se non fosse così, non ci sarebbe neppure l’amore innocente, e il comunicante finirebbe per trovarsi assente da un vero rapporto. (E’ quello che accade a certi genitori che partecipano all’incontro coi figli soltanto per dovere e con finto interesse, mentre in profondità li rifiutano; li colmano di doni, che i figli regolarmente distruggono, perché sanno che sono una compensazione all’amore che manca. Sono rapporti estenuanti e carichi di odio latente).
La comunicazione dovrebbe sempre favorire gli scambi, ma devia quando si politicizza in eccesso o si utilizza unicamente per interesse. E spesso tramuta l’aggressività in violenza. L’armonia può reggersi soltanto se nella comunicazione c’è dell’innocenza, cosa non facile a causa dello sbarramento educativo che addestra a semplificare, a ridurre ogni cosa e a non ascoltare. Il semplificare, il ridurre e soprattutto il non ascoltare, squilibrano la comunicazione, e il messaggio in arrivo risulta affidato in modo tanto ampio all’interpretazione da lasciare spazi abbondanti al malinteso.
La comunicazione innocente è la sola efficace nel rapporto d’amore, e la genuinità dell’amore è proporzionale allo spessore della sua innocenza. Nel vero amore c’è regressione fino all’innocenza: tuttavia, se la regressione scavalca la fase innocente e affonda fino alla comunicazione divina, l’uomo può identificarsi di nuovo con Dio e risentirsi onnipotente come da feto, e rimanere incastrato nel narcisismo.
La comunicazione divina é modellata dall’onnipotenza illusoria, quella innocente dalla libertà.

Mario Paladino
 

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