Cassazione: l'ospedale non è responsabile per la trasfusione infetta

Redazione DottNet | 19/02/2016 19:10

L'accertamento non rientra tra i doveri. Ne risponde solo lo Stato

Non rientra tra i doveri di diligenza richiesti a una struttura ospedaliera, "sia essa pubblica o privata", anche quello "di conoscere, e di attuare, le misure di prevenzione attestate dalla più alta scienza medica a livello mondiale per scongiurare la trasmissione di virus, almeno quando non provveda direttamente con un autonomo centro trasfusionale". La Cassazione ha così escluso la responsabilità di una clinica privata per i danni da trasfusione di sangue infetto, chiamata in causa da una donna che si era lì sottoposta ad una operazione nel 1989 ed aveva contratto l'epatite C.

 

Ha invece attributo l'onere al ministero della Salute, come ormai consolidato in casi del genere dopo una sentenza delle Sezioni Unite del 2008, sottolineando che all'epoca era ben nota alla medicina la veicolazione del virus attraverso il sangue e che lo Stato avrebbe dovuto adottare le dovute misure preventive. La terza sezione civile (sentenza n. 3261) ha dato così parzialmente ragione alla ricorrente, che aveva fatto causa alla clinica, oggi in liquidazione, all'allora Usl 27 di Bologna, presso il cui centro ematologico la casa di cura aveva reperito il sangue, e al ministero della Salute, riconoscendo la sola responsabilità di quest'ultimo.

 

Le due sentenze di primo e secondo grado avevano negato ogni risarcimento alla donna, con la motivazione che la legge ha introdotto l'obbligo dei test per il virus Hcv solo nel 1990, pure essendo noti e disponibili già al momento in cui la trasfusione era stata effettuata. Un "colposo ritardo", secondo la difesa della paziente, non riconosciuto dalle sentenze di merito, ma accolto dalla Suprema Corte, per la quale per le trasfusioni avvenute nel 1989 "rileva l'omesso esercizio del dovere ministeriale di direttiva, controllo e vigilanza" volto a garantire "l'utilizzazione di sangue non infetto e proveniente da donatori conformi agli standard di esclusione di rischi quali conosciuti al più alto livello scientifico mondiale, già dal 1978, per via della raggiunta conoscenza della veicolazione di virus".

 

La Cassazione ha però 'scagionato' la clinica, sottolineando che svolgere ulteriori test di controllo "comporterebbe complesse scelte gestionali, anche di notevole impatto economico, sempre autonomamente possibili, ma non certamente esigibili". Obbligatorio è invece il rispetto delle regole prescritte dall'ordinamento: "dall'utilizzo dei centri preposti alla fornitura, alla tracciabilità, al controllo dell'effettuazione, da parte del fornitore, dei test prescritti".