Napoli, su Journal Surgery il caso di un paziente guarito. Era morto

Professione | Redazione DottNet | 12/03/2016 17:30

I dati falsificati arrivano dalla seconda Università di Napoli. Caso simile, sempre a Napoli, il mese scorso a Veterinaria.

E' il secondo caso in poche settimane che colpisce l'università napoletana: dopo le ricerche sulla pericolosità di alcuni mangimi contenenti Ogm, rivelatesi infondate, adesso è la volta di un paziente con patologie gravissime, che non ce l'ha fatta, e l'esito felice di un altro che ha sconfitto quello stesso male. La storia, raccontata, da Repubblica ha davvero dell'incredibile e si è conclusa con una “figuraccia” a livello planetario. Ma andiamo per ordine, facendo un passo indietro, ovvero nel novembre del 2014, quando un anziano signore col morbo di Crohn si fa visitare dal professore Francesco Selvaggi, docente associato di Chirurgia alla Sun.

 

Il paziente è gravissimo, serve un intervento urgente e per affrettare i tempi, per evitare i rallentamenti delle liste d'attesa, l'intervento viene fatto in una clinica privata; l'operazione tecnicamente riesce, ma sopraggiungono varie complicanze e dopo ventuno giorni il paziente muore. “La famiglia non ha nulla da recriminare, i medici hanno fatto il possibile. Nessuno chiede alla famiglia l'autorizzazione a poter usare i dati del paziente per una pubblicazione scientifica”, si legge sul quotidiano.



Ma dopo qualche mese il figlio del paziente deceduto - professore associato all'Imperial College di Londra - scopre su una rivista scientifica internazionale, l'International Journal of Surgery Case Reports, un articolo firmato da Selvaggi e da altri tra professori e specializzandi della Sun. Le foto delle radiografie, i dettagli dell'intervento, i dati del paziente, sono evidentemente quelli di suo padre, ma l'articolo racconta un happy ending che nella realtà non c'è stato e sostiene di avere l'autorizzazione dei familiari del paziente alla pubblicazione dei dati. Una frode scientifica, dice la famiglia del morto.



E cominciano intensi scambi di mail e di informazioni con la rivista e con il rettore dell'ateneo di Selvaggi. Che istituisce una commissione d'inchiesta interna per fare luce su quanto accaduto. Ne fanno parte altri docenti dello stesso ateneo: il direttore del dipartimento assistenziale in cui lavora Selvaggi, Natale Di Martino, il direttore del suo dipartimento universitario, Ludovico Docimo, un collega chirurgo, Giovanni Francesco Nicoletti.



Il giurì non può fare a meno di riconoscere che le accuse sono fondate: il caso raccontato nelle pagine della rivista è proprio quello del paziente morto. I medici si difendono accampando un errore materiale, una confusione tra la cartella clinica di un paziente e quella di un altro, una disattenzione dovuta al fatto che i due casi erano molto simili. Praticamente una svista. Ma talmente clamorosa - anche perché le cartelle cliniche venivano da strutture sanitarie diverse da quelle universitarie, accertamenti ed esami erano stati fatti privatamente e dunque i due fascicoli non possono essere stati confusi, ad esempio, in uno schedario comune - da costringere la commissione d'inchiesta della Sun e scrivere, nel verbale, che "comunque non è chiaro come tale errore materiale non sia stato rilevato all'atto della correzione delle bozze". Una svista, insomma, "la cui dinamica è di difficile interpretazione " afferma il giurì.



Dunque non c'è congruenza tra il caso clinico riportato nel lavoro e quello dinanzi al quale si erano trovati i medici nel novembre del 2014. Quello per il quale la famiglia ha sborsato circa settantamila euro (tra interventi, degenza in clinica, esami diagnostici), tutti regolarmente fatturati, nel tentativo di salvare il congiunto. "Non è escluso che decideremo di adire le vie legali - preannuncia il figlio del paziente a Repubblica -. Siamo pronti ad una denuncia per falso ideologico. Ma non ci interessa alcun risarcimento, piuttosto ci interessa l'accertamento della verità perché non si speculi sui pazienti e non si proponga al mondo scientifico un caso andato male presentandolo come invece fosse stato un successo ottenuto. Così si uccide la scienza. Ma vado oltre: un medico che, forte di quell'articolo che lo induce a credere in un esito positivo, dovesse replicare l'intervento con le stesse modalità, rischierebbe di condannare a morte un altro paziente. Così non si uccide solo la scienza".

 

Ed è incredibile il susseguirsi di casi simili a distanza di poco tempo. Non più tardi di un mese fa il giurì dell’ateneo della Federico II parla d'integrità violata riferendosi a tre articoli pubblicati su riviste scientifiche internazionali da un gruppo di ricerca il cui coordinatore è il professore di Veterinaria Federico Infascelli, ordinario di Nutrizione e alimentazione animale. Fu il professore Infascelli, sulla base di quelle ricerche, a sostenere - come riporta il quotidiano La Repubblica -, nel corso di un’audizione in Senato (nel luglio scorso), la pericolosità di alcuni mangimi contenenti Ogm.



Le sue parole attirarono l’attenzione della senatrice a vita e scienziata Elena Cattaneo, che dopo aver esaminato i lavori di Infascelli, dopo avergli segnalato invano alcune incoerenze, si è rivolta all’ateneo di Napoli denunciando la presunta manipolazione delle ricerche in questione, sottolineando il danno arrecato all’interesse del Paese e della scienza italiana. Giunto a conoscenza dei fatti, Gaetano Manfredo, Rettore, ha nominato una commissione d’indagine presieduta dal giurista Lucio De Giovanni (direttore del Dipartimento di Giurisprudenza), dal professore ordinario di Genetica medica della Sun Vincenzo Nigro e dal direttore di ricerca dell’Istituto di genetica e biofisica del Cnr Pasquale Verde.



Un giurì che ha messo sotto esame i tre articoli in questione e le foto pubblicate a corredo delle ricerche ed ha “bocciato” l’operato di quel gruppo di ricerca, parlando di “violazioni molto gravi”, di manipolazioni delle foto, di “volontà di fabbricare un risultato sperimentale non esistente”. Accuse confermate anche dopo aver letto le controdeduzioni presentate da Infascelli e dal suo gruppo. Pagine e pagine per difendersi. Ma la commissione è rimasta sui suoi passi. Ed il rettore, sentito il Senato accademico, ha deciso che le sanzioni non potessero andare solo al coordinatore del gruppo o ai cosidetti “autori corrispondenti” degli articoli in rivista (si tratta degli scienziati che propongono la pubblicazione del paper e curano i rapporti con la rivista scientifica), ma dovessero colpire tutti.



Tutti e undici gli autori delle ricerche manipolate, un nutrito drappello di ricercatori e professori del dipartimento di Veterinaria (altri tre firmatari degli articoli sono esterni all’università di Napoli). Oltre al professore Infascelli, finiscono sulla graticola i ricercatori Vincenzo Mastellone, Fulvia Bovera, Giovanni Piccolo e Maria Elena Pero, i professori associati Monica Isabella Cutrignelli, Nicola Mirabella e Serena Calabrò, il docente ordinario Luigi Avallone. E, soprattutto, la ricercatrice Raffaella Tudisco e il professore associato Pietro Lombardi, in quanto autori corrispondenti. Per loro, per tutti loro, l’onta di un richiamo formale che resta a vita nel loro fascicolo personale e ne mina la carriera. Un richiamo che parla di “volontà di fabbricare un risultato sperimentale non esistente” e di “violazioni che è molto improbabile siano state frutto di un errore”.

 

E per i due scienziati considerati maggiormente responsabili delle manipolazioni, in quanto autori corrispondenti, Tudisco e Lombardi, il divieto di pubblicare usando il nome dell’ateneo, nei prossimi due anni, senza prima aver ottenuto l’ok dei superiori, ovvero del direttore di dipartimento. Ogni loro ricerca sarà supervisionata e stracontrollata, ed ogni risultato, ogni foto, ogni parola o dettaglio dello studio, in originale, sarà affidato al direttore di dipartimento perchè lo custodisca. Qualsiasi ricerca che non accetti di infilarsi in questo imbuto, che non si sottoponga a questo filtro, non potrà avvalersi dei fondi o delle strutture dell’ateneo, non potrà accampare il prestigio del nome della Federico II.



La vicenda è finita sulla stampa internazionale, su riviste del prestigio di Nature, su quel Retraction Watch che è una sorta di catalogo delle ritrattazioni scientifiche, un “indice” che i responsabili delle riviste consultano inesorabilmente prima di dare l’ok ad una pubblicazione.

 

 

fonte: repubblica

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