Gli diagnosticarono un tumore che non aveva. Risarcito

Redazione DottNet | 18/04/2016 19:14

Condannati ospedale e medico "per danno da turbamento"

Gli venne diagnosticato un tumore, e in particolare un "adenocarcinoma infiltrante", ma poi a seguito di esami eseguiti in altre strutture sanitarie scoprì che non si trattava di una forma tumorale ma di una "displasia". A sei anni di distanza da quella diagnosi, il paziente, rappresentato dal legale Stefano Gallandt, ha vinto in appello la causa civile intentata contro un medico e contro la 'Fondazione IRCCS Cà Grande - Ospedale Maggiore Policlinico di Milano' che sono stati condannati a risarcirlo con 6.100 euro per danni patrimoniali e morali per il "turbamento dell'animo determinato dalla diagnosi erronea". In primo grado, il Tribunale civile di Milano aveva respinto le richieste risarcitorie dell'uomo (il referto con la diagnosi di tumore è del maggio 2010), mentre la seconda sezione della Corte d'Appello, ha dato ragione al paziente perché è stata riconosciuta la "colpa grave" nella diagnosi errata e anche la compromissione dell'equilibrio "psichico della persona"

 

Come ha spiegato il legale, si era trattato di "una diagnosi che lasciava poche vie di scampo e che aveva causato nel cittadino uno stato di profonda prostrazione psico-fisica". In primo grado, però, il Tribunale aveva respinto le istanze perché, ha riassunto il legale, "il medico si era difeso addebitando parzialmente l'inesattezza della diagnosi a una errata trascrizione della segretaria, nonché osservando che l'errore non era andato a ledere l'integrità fisica del paziente non essendo stato predisposto successivamente, una volta venuto a galla l'errore, alcun intervento chirurgico". In appello, però, il verdetto è stato ribaltato "sancendo che anche un grave errore diagnostico, pur in mancanza di un successivo danno all'integrità fisica, è idoneo a ledere il diritto alla salute nella sua più ampia accezione, come 'diritto al benessere psico-fisico'".

 

Per i giudici di secondo grado, infatti, come si legge nella sentenza, "resta comunque affermata,anche a ritenere 'l'errore di trascrizione' di una segretaria" la "responsabilità contrattuale del professionista", ossia del medico, e "nello specifico, il sanitario è tenuto comunque a controllare la correttezza dei referti inviati al paziente, da cui dipendono le successive scelte di questi a tutela della sua salute". I giudici, in ogni caso, hanno preso in considerazione, riguardo all'entità del risarcimento, il fatto che "il turbamento dell'animo" si è "protratto per una lasso di tempo apprezzabile" - circa un mese tra il referto del 26 maggio 2010 e quello del 1 luglio successivo in altra struttura - ma "relativamente breve". E spiegano ancora che "una diagnosi ex ante corretta non avrebbe escluso quantomeno il sospetto di neoplasia (sia pur non infiltrata)".