Il medico molesta le pazienti: condannata anche l'Asl

Redazione DottNet | 19/04/2016 13:48

Per il giudice il sanitario visitava da privato ma in ospedale

Se un medico commette un reato mentre visita in ospedale, anche se in regime di intramoenia (prestazioni erogate negli ambulatori ospedalieri ma fuori dal normale orario di lavoro), l’Asl non può lavarsene le mani. Non può sostenere che il dottore, in quel momento, agiva come un privato. 

 

L’Asl To 2 è stata condannata a risarcire una donna vittima degli abusi del dottor Roberto Marasso, pneumologo del San Giovanni Bosco condannato a 12 anni per violenza sessuale. Le sue visite si trasformavano in consulti ginecologici, con minuziose esplorazioni delle parti intime. Il medico riceveva negli ambulatori dell’ospedale, faceva svestire le pazienti (integralmente), a volte chiudeva la porta a chiave.

 

L’Asl ha preso subito le distanze: «Una vicenda spiacevole, dolorosa e disgustosa». Ma ha scansato le responsabilità. Per il giudice Anna Castellino non è così: il Tribunale civile ha accolto le richieste dell’avvocato Cristina Zaccaria, legale di una delle pazienti molestate, e condannato medico e Asl al risarcimento.

 

 

IN AMBULATORIO

 

La donna era andata al San Giovanni Bosco per prenotare una visita specialistica ed era stata dirottata sul dottor Marasso, di turno quel giorno. Il medico le aveva proposto di attendere la fine del turno per avere un consulto già in giornata. L’aveva visitata e molestata, come accaduto ad almeno altre otto donne. Qui il giudice fissa il primo paletto: queste pazienti «si erano rivolte al medico perché strutturato presso l’ospedale, senza conoscerlo personalmente». Insomma, non avevano contattato «lo specifico professionista ma la struttura ospedaliera». E dunque, in quel momento, «il rapporto tra medico e paziente è di natura pubblicistica»: anche se fuori dall’orario di lavoro, il dottore rappresenta comunque l’ospedale di cui è dipendente.

 

 

Non solo, ma proprio il fatto di ricevere i pazienti negli ambulatori dell’ospedale finiva per agevolare i suoi squallidi propositi: «Non c’è dubbio che abbia compiuto gli illeciti sfruttando la sua posizione di medico ospedaliero e la particolare fiducia accordata ai medici pubblici», scrive il giudice nella sentenza di condanna. Chi mai si aspetterebbe di subire molestie dentro un grande ospedale pubblico?

 

 

NESSUN CONTROLLO

 

La responsabilità dell’Asl emerge anche sotto un ulteriore profilo: non ha fatto abbastanza per impedire quel che è avvenuto. Come avrebbe dovuto comportarsi? Impossibile attivare controlli, che avrebbero leso la privacy di dottore e pazienti. Ma - spiega il giudice - «non erano impensabili forme di controllo più indiretto». Ed è singolare «che non fosse stata notata, e fatta oggetto quanto meno di domande, l’inusuale lunghezza delle visite e il ripetersi in tempi molto ravvicinati». Alcune donne, in effetti, sono state visitate anche quattro volte in un mese.

 

 

In definitiva l’azienda sanitaria avrebbe potuto schivare le responsabilità solo se la condotta del dottor Marasso fosse stata «assolutamente imprevedibile» e lontana dai suoi compiti. Invece i suoi comportamenti erano sistematici, ripetuti e nessuno se ne era accorto. Almeno finché una paziente si è decisa a sporgere denuncia.

 

 

 

Fonte: stampa