Dal Corriere della Sera: «La farmaceutica va controcorrente È la cura per l'export»

Redazione DottNet | 17/01/2009 12:30

Debiti quasi nulli, per non dire zero. Per questo, soprattutto in tempi come questi, possono permettersi di acquistare aziende concorrenti, anche pagando cash come ha fatto di recente Recordati per espandersi in Turchia.
 

Perché l'industria farmaceutica «sarà uno dei settori che guiderà la ripresa», dice Sergio Dompé, presidente di Farmindustria. «Non subisce la ciclicità di consumi, il bisogno sanitario è in evoluzione e le imprese non sono indebitate e non sono esposte a rischio di delocalizzazione considerato che il posto di lavoro nel farmaceutico può comportare investimenti fino al milione di euro. Inoltre — continua — ci sono fondamentali tecnici importanti: in Italia c'è una buona capacità scientifica, una buona cultura nella biotecnologia e un'ottima struttura tecnico-produttiva, al punto che ormai più del 50% della nostra produzione è destinata all'export. Non dimentichiamo che nel '91 l'export era solo il 10%».
Per capire fin dove si è arrivati e come affrontare il cambio di scenario in corso dovuto alla scadenza di brevetti importanti che sta coinvolgendo tutta la farmaceutica mondiale (di recente si sono ipotizzate per Pfizer operazioni straordinarie per compensare il prevedibile calo del fatturato legato al problema) Farmindustria ha affidato al Centro di ricerca Enter dell'università Bocconi uno studio sulle aziende italiane e sulle multinazionali in Italia. Dal quale emerge che le previsioni — espresse a crisi finanziaria già manifestata — sono tutt'altro che negative. E le più ottimiste sono le italiane: entro il 2010, infatti, prevedono di aumentare in media il proprio fatturato consolidato del 27,7%, mentre le filiali di multinazionali prevedono un incremento medio del 7,1%.
A spingere i ricavi delle imprese made in Italy sarà soprattutto all'espansione internazionale (+32,4%) ottenuta sia con esportazioni sia con vendite dirette e nuove acquisizioni. Già tra il 1999 e il 2008 il campione analizzato ha effettuato una media di 3 acquisizioni per azienda, intensificando il processo negli ultimi tre anni durante i quali ha anche stipulato accordi con partner internazionali in media di 26,2 per azienda. «Più che acquisizioni di gruppi italiani da parte di multinazionali direi che ultimamente stiamo assistendo proprio al contrario — dice Dompé — Pensiamo a Rottapharm in Germania (610 milioni per rilevare Madaus, la più importante operazione farmaceutica europea fatta da un italiano), da Zambon negli Stati Uniti, da Menarini in Germania... ». E si sa che altre operazioni sono sui tavoli delle principali imprese. Quanto all'occupazione, secondo Dompé la recente uscita di dipendenti, soprattutto informatori medici, sarà compensata con nuove assunzioni «di professionalità diverse» nel prossimo triennio per 2.500-3.000 persone. «Contrariamente a quanto avviene in tantissimi altri settori — dice il presidente di Farmindustria— noi abbiamo una controparte sindacale molto avanzata, che cerca di guardare oltre per individuare spazi per un modello di competitività futura».
 

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