Brexit: le conseguenze per i medici italiani in Gran Bretagna

Redazione DottNet | 24/06/2016 21:12

Prevale in queste ore un atteggiamento di preoccupazione. Farmindustria propone di trasferire l'Ema in Italia

Per i liberi professionisti europei le conseguenze della Brexit saranno una strada lastricata di complicazioni e la preoccupazione già serpeggia tra i tanti professionisti italiani - soprattutto medici, infermieri, avvocati - che lavorano stabilmente in Gran Bretagna. ''Difficile al momento fare previsioni - dice Francesco Verbaro, Centro Studi Adepp, associazione che riunisce le Casse di previdenza dei professionisti - Comunque, investe tutto il tema della mobilità dei lavoratori, della libera circolazione di persone e merci. Molto dipenderà dall'accordo che si realizzerà tra Unione europea e Uk, le nuove regole del paese ricevente, la reciprocità anche delle qualifiche professionali, insomma il regime va tutto rivisto, come se si fosse di fronte a un Paese nuovo, certo non completamente straniero''.

 

Le conseguenze non saranno immediate, ma dalla trattativa che si aprirà tra Bruxelles e Londra, dalla linea politica che la Ue deciderà di assumere nei confronti dei 'fuoriusciti', ''dipenderà molto. Difficile prevederlo ora''. Di una cosa Verbaro è certo: ''Tutti i professionisti italiani che si sono stabiliti nel Regno Unito, soprattutto medici e operatori sanitari, hanno votato per il Remain. Tra gli italiani prevale in queste ore un atteggiamento di preoccupazione, la paura di non poter lavorare più come prima'' dice il rappresentante dell'Ufficio studi. ''L'Europa va verso un mercato del lavoro unico, sempre più integrato. In questo caso, un pezzo di Europa si allontana da processo lento ma che va in quella direzione''.

 

Mobilità, reciprocità di profili e qualifiche professionali e dei servizi, l'andamento della sterlina, sono molti i temi su cui ragionare e molti gli aspetti da adeguare alla nuova realtà. Molto dipenderà dai negoziati, ribadisce Verbaro. ''L'uscita dalla Ue avrà la conseguenza di non poter più usufruire di una serie di semplificazioni previste per gli stati membri, a cominciare dalla documentazione per oltrepassare le frontiere. La Gran Bretagna esce anche da questo''.

 

Ma la Brexit preoccupa anche l'industria del farmaco europea, che all'indomani del voto britannico sottolinea l'esigenza di mettere "al centro di tutte le decisioni successive il paziente". "In un momento in cui tutti i soggetti coinvolti nel settore sanitario europeo stanno considerando le implicazioni della decisione del Regno Unito di lasciare l'Unione europea, l'Efpia, European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations, sottolinea in una dichiarazione "l'importanza di assicurare che il paziente è al centro di tutte le decisioni successive".

 

E se da più parti nei giorni scorsi si è ricordato che il voto non potrà non influire sulla permanenza a Londra dell'Ema (Agenzia del farmaco europea) e sul lavoro dell'ente, l'Efpia "condivide l'obiettivo comune di garantire un rapido accesso ai farmaci innovativi per i pazienti in tutta Europa, nonché lo sviluppo di un contesto normativo e politico che promuove l'innovazione e sostiene la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci per soddisfare le esigenze dei pazienti, dei sistemi sanitari e della società. Come industria, nei prossimi mesi ci impegnamo a coinvolgere le parti interessate in Europa e nel Regno Unito a sostegno di questi obiettivi".

 

Intanto  il presidenteFarmindustria, Massimo Scaccabarozzi lancia una proposta: “Visto che il sistema-Italia nel farmaceutico è vincente per il futuro perché non spostare qui l’Ema, che – visto l’esito referendario britannico – dovrà forse prendere in esame un cambio di domicilio?”  “Il Brexit può avere conseguenze rilevanti sul settore farmaceutico. È quindi necessario che siano analizzate rapidamente per individuare risposte adeguate, mettendo il paziente al centro – afferma Scaccabarozzi in una nota.  – Pensiamo in particolare al veloce accesso ai farmaci innovativi garantito nell’Ue dall’Agenzia regolatoria europea (Ema) che ha sede proprio a Londra”. Il nuovo quadro, prosegue, “dovrà anche dare continuità all’impegno e agli investimenti delle imprese del farmaco nel Regno Unito. Siamo certi che le Istituzioni britanniche e quelle europee sapranno individuare in tempi brevi le giuste soluzioni”. Il leader di Farmindustria snocciola i dati: “A nostro favore giocano importanti fattori – prosegue la nota. – L’industria farmaceutica made in Italy è ormai una realtà 4.0 di primo piano in Europa. Seconda per produzione a un’incollatura dalla Germania, ma prima per valore pro-capite. Con un export da record che supera il 70% della produzione, un’occupazione qualificata in ripresa (+6.000 addetti nel 2015) e investimenti in crescita (+15% negli ultimi due anni). E a un passo dal diventare un hub europeo per la ricerca, anche clinica, con investimenti di 1,4 miliardi (700 milioni solo in studi clinici)”. Di più: “L’Italia può poi contare su un’Agenzia del farmaco (Aifa) riconosciuta a livello internazionale come modello di best practice per l’innovatività delle modalità di accesso ai farmaci. Un modello a cui guardano molti Paesi e che andrebbe reso ancora più efficiente”.
“Di fiori all’occhiello ne abbiamo tanti – conclude Scaccabarozzi nel suo documento. – Ecco perché chiedo alle Istituzioni che la nuova sede dell’Ema sia nel nostro Paese: l’Italia ha le carte in regola per diventarne la sede”.

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