Niente infermieri al Sud: quando la sanità non esiste

Redazione DottNet | 19/07/2016 17:54

Troise: nel Meridione si muore di più e si vive di meno

Il Sud dimenticato, dalla salute ai servizi. E' un coro unanime quello che si leva a favore di un territorio dove mancano infermieri – come vedremo – non ci sono certezze nelle cure l'occupazione è a livelli da terzo mondo: "Ci sono voluti 23 morti per costringere il Governo a riconoscere la persistenza di una questione meridionale, finora espulsa dalla sua narrazione politica. Una questione meridionale che interessa la mobilità, il reddito, i livelli di occupazione, specie femminile e giovanile, la sicurezza, compresa quella delle cure, i diritti sociali, a cominciare da quello alla salute", sottolinea il Segretario Nazionale Anaao Assomed, Costantino Troise.

"La legge sarà anche uguale per tutti, ma la salute non lo è, legata come è, sempre di più, alle 2 R di residenza e reddito. Al Sud - osserva Troise - si muore di più e si vive di meno, ci si ammala di più e si guarisce di meno, di più si viaggia alla ricerca di speranze, insieme trasferendo risorse alle regioni più ricche, la garanzia dei LEA è più spesso un optional. Le diseguaglianze partono dai criteri di finanziamento dei sistemi sanitari regionali, che assegnano risorse dello Stato, e quindi di tutti i cittadini italiani, in maniera punitiva per il Meridione. Con il facile alibi della inefficienza delle classi dirigenti locali, che non di rado hanno lo stesso colore politico di quelle nazionali, si continua a fare parti diseguali tra diseguali. Troppi Governatori - conclude Troise - dimenticano che le loro fortune, anche elettorali e di governo, poggiano su queste fondamenta e, con una arroganza degna di miglior causa, emanano indirizzi contrattuali, per il personale che tiene in piedi quello che resta della sanità pubblica, in cui c'è solo ciò che vogliono avere ma non quello che intendono dare".

E nel frattempo le cure sono garantite da pochi infermieri: in Italia ne mancano 47mila "per raggiungere livelli accettabili di sicurezza" nell'assistenza ai malati. E, ad esserne carenti, sono soprattutto Lazio, Campania e Calabria, colpite da una vera e propria 'emorragia' che ha portato alla perdita del 70% dei quasi 7.500 posti tagliati a livello nazionale in cinque anni, dal 2009 al 2014. Nelle regioni commissariate del Sud, a causa del blocco del turn over, ogni infermiere è chiamato ad accudire fino a 16 o 18 pazienti per turno, il doppio rispetto ai 9 che il collega del Veneto o della Liguria si trova a gestire. Ed è anche al Sud che gli infermieri hanno più spesso i capelli bianchi. E' quanto emerge dall'analisi della Federazione dei Collegi degli infermieri Ipasvi, in base ai dati 2014 del Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato. Somministrazione di farmaci, prelievi di sangue, misurazione della temperatura e dei parametri vitali, cambio del catetere, gestione della dialisi: sono solo alcuni dei tantissimi compiti che un infermiere è chiamato a svolgere nei confronti del malato, sia a domicilio che in ricovero.

Eppure nonostante una sempre maggiore richiesta dovuta all'invecchiamento della popolazione, dal 2009 al 2014, in Italia il Servizio sanitario nazionale ha perso 7.463 infermieri pari al -2,21% di forza lavoro, con pesanti ricadute sui professionisti, chiamati a far fronte a un carico di lavoro extra. Chi lavora, infatti, lo fa tra mille difficoltà: nei 5 anni in esame le retribuzioni sono state ridotte del 25% in termini di potere di acquisto. Inoltre, a causa del mancato ricambio generazionale, la percentuale di over 50 - meno adatti a turni pesanti e a manovre rischiose - a livello nazionale tocca quota 38% degli 'operativi', ma in Calabria raggiunge il 61%. E poi i turni massacranti testimoniati dalla continua crescita della spesa per gli straordinari, necessari a coprire le carenze d'organico: in Lazio e Campania raggiunge in media il 4,5% della retribuzione del singolo infermiere, contro l'1,9, ad esempio, delle Marche.

Ma la miglior cartina di tornasole della carenza di personale è il rapporto con il numero dei pazienti. In Campania c'è solo un infermiere per 18 pazienti, nel Lazio 16, mentre 9 in Veneto, Toscana o Liguria. "L'unica soluzione vera è integrare gli organici con nuove leve", spiega, alla vigilia della nuova stagione contrattuale, Barbara Mangiacavalli, presidente Ipasvi. Ma, aggiunge, "un 'placebo' per alleggerire seppure momentaneamente la situazione nelle Regioni in piano di rientro, sarebbe la mobilità volontaria, prevista dalla riforma della PA, ma che aziende e Regioni 'bloccano' non rilasciando i nulla osta. A richiederla sono soprattutto le Regioni del Sud commissariate e ad aderire sarebbero gli infermieri di quelle stesse Regioni che, per esigenze lavorative, vivono da anni a migliaia di chilometri da casa".

Numero dei pazienti da seguire, ore di straordinario mensili, età media: il carico di lavoro extra degli infermieri del Sud Italia emerge chiaro dai dati che delineano una vera e propria 'emorragia' di posti di lavoro, in particolare a carico di tre regioni in piano di rientro. Dal 2009 al 2014, il calo maggiore di infermieri si è avuto in Campania con -2.102 infermieri, seguita dal Lazio con -1.893 e dalla Calabria a -1.444. Le tre insieme totalizzano ben 5.439 posti in meno, ma in percentuale il primato negativo spetta alla Calabria che perde il 16,31% dei suoi infermieri in cinque anni, rispetto a un calo del 2,21% a livello nazionale. E' quanto emerge dall'analisi della Federazione dei Collegi degli infermieri Ipasvi, in base ai dati 2014 del Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato.

Quanto al numero di infermieri in relazione al numero dei pazienti, se la media nazionale è di 12 pazienti ciascuno, si arriva a 18 pazienti per infermiere in Campania, 16 nel Lazio, 15 in Piemonte, 14 in Puglia. Al contrario, alcune Regioni come Veneto, Toscana, Liguria e Basilicata si fermano a 9 e il Friuli Venezia Giulia fa ancora meglio con 8. Diversi anche gli stipendi. Se quello base è pressoché uguale, come da contratto, in Campania gli infermieri guadagnano 478 euro medi annui pro capite in più rispetto alla media nazionale. A fare la differenza è la carenza d'organico che si traduce in più ore di straordinario. Le punte maggiori si hanno in Campania e nel Lazio, dove lo straordinario copre il 4,5% della retribuzione media, seguite dalla Calabria (4%). Tra quelle non in piano di rientro a malapena si sfora il 2%.

Quanto al rapporto infermieri/medici, che a livello ottimale sarebbe di 3 a 1, mentre in Campania, Calabria e Sicilia si ferma a malapena a 2. Più sovraccaricati e anche più avanti con gli anni. A causa del blocco del turnover, gli over 50 in Calabria sono quasi il 61%, sono più del 58% in Molise e circa il 54% in Campania. Al contrario, nelle Regioni virtuose, ovvero Marche, Umbria e Veneto, sono sempre al di sotto della media nazionale(38%). Le più virtuose, col 28,7% degli infermieri over 50 sono le Marche.

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