E se invece che dei pazienti cominciassimo a parlare di noi?

Paola Conforto | 16/09/2016 11:18

Qualcuno dice che il nostro lavoro è una missione, che è il più bello o che è il più brutto, ma a mio parere risolvere un problema di salute ha la priorità.

Dei medici di famiglia, in particolare dei medici che operano in Calabria, regione non prosperosa e progredita come altre. Si fa lo stesso lavoro, con la stessa dedizione, pazienza e professionalità.

Chi entra nei nostri ambulatori lo fa con fiducia e affetto, qualche volta per confronto o per rabbia, ma noi siamo sempre li a capire se magari dietro una battuta o un silenzio ci sia qualche nuovo sintomo. A fine giornata non ci è concesso però di abbassare la guardia, di essere stanchi, perché c'è sempre chi ha bisogno anche solo di un consiglio.

Così il contatto col medico è anche una strada che ci avvicina e che ci unisce come esseri umani, si dimenticano le barriere nel momento del bisogno, ci sentiamo vicini l'un l'altro senza guardare il contesto in cui si agisce o il vissuto che ci ha formato; la professione medica fa aiutare a continuare a vivere nonostante le malattie e a migliorare la vita, se possibile, abbattendo le barriere sia fisiche che mentali; è un mezzo unico e libero per comunicare con tutti senza frontiere e religioni, nel momento del bisogno si, ma capace di far emergere il proprio mondo interiore, quella fratellanza di cui siamo parte e che sembra sopita e nascosta dal vortice della vita.

È così che accade l'imprevisto, mentre mi reco al lavoro, giro al primo bivio... ed eccolo li, un incidente stradale, due auto coinvolte semidistrutte... sui lati alcune persone piangono, altre corrono intorno e così mi fermo.

C'è un uomo anziano, cardiopatico, incastrato nella sua auto. Hanno già chiamato i soccorsi ma siamo distanti, le strade sono quelle di un piccolo paese del dopoguerra, non di un grande e virtuoso capoluogo e ci vorrà più di mezz'ora perché arrivino. Non penso, agisco. Entro in quell'auto ed eseguo una valutazione medica come posso.

L'uomo è spaventato, dispnoico, incastrato tra lo sportello deforme e lo sterzo, mi porge un cellulare rotto... mi chiede di chiamare il figlio. Cosi gli prendo la mano e lo rincuoro, non come medico, ma come essere umano, lì vicino a lui, senza pensare se è tardi o se mi aspettano per…la priorità è istintiva ed è lì in quell'auto, per non lasciarlo senza compagnia e lo tranquillizzo, mentendo un po’ e rassicurandolo sul buon esito di quella situazione.

Qualcuno mi porge dell'acqua e chiede se può rendersi utile. Così ha inizio una gara di solidarietà che ti riempie il cuore e ti fa dimenticare le barriere. Non so se il ragazzo che è riuscito a far funzionare il cellulare rotto ed avvisare i parenti fosse di passaggio come me, ma eravamo lì, tutti senza conoscerci ad aiutarci...poi arrivano i soccorsi e io non saprò mai chi è e come sta quell'uomo che mi ha ricordato un po‘ mio padre ormai anziano e così fragile.

“Contenuto a carattere medico o sanitario proveniente da una esperienza personale dell’utente”