Assogenerici: i ritardi nei pagamenti da parte delle Asl mettono a rischio le aziende

Aziende | Redazione DottNet | 23/01/2009 11:47

Il ritardo nei pagamenti da parte delle strutture sanitarie, che in alcune realtà raggiunge e supera i 12 mesi, il che ci pone all’ultimo posto fra i paesi dell’Unione Europea, mette in grave pericolo la stessa sopravvivenza delle industrie medio-piccole che forniscono medicinali alle strutture del Servizio Sanitario.

 Infatti, il ritardo cronico nei pagamenti, da sempre causa di sofferenza economica per questo comparto, si salda ora agli effetti della crisi finanziaria internazionale, che ha determinato per la piccola e media impresa difficoltà enormi nell’accesso al credito. Una situazione che richiede un intervento immediato, tanto che il Governo sta esaminando alcuni provvedimenti in materia. Da ultimo - nell’ambito dell’esame del DDL anticrisi – è previsto un provvedimento che, recependo le indicazioni della stessa Commissione Europea, verrebbe a disporre che le autorità pubbliche paghino le fatture alle piccole e medie imprese entro un mese e che siano liquidati tutti gli arretrati dovuti da enti pubblici. Spiace però constatare che le iniziative sinora intraprese sono rimaste lettera morta. Ad aggravare una situazione già fortemente compromessa si aggiunge il fenomeno, in forte crescita, delle gare con importi a base d’asta del tutto irrisori, in palese violazione del principio di congruità dei prezzi, così come disposto dalla vigente normativa in materia di appalti pubblici (Codice Unico Appalti – D.Lgs. n. 163/2006). In pratica, le aziende si aggiudicano contratti con margini ridottissimi, se non inesistenti, che poi vengono onorati con ritardi inconcepibili per qualsiasi operatore europeo. Eppure, come chiarito dalla giurisprudenza (TAR Puglia – Lecce, sez. II 11/10/2007) “non appare logico sostenere che la P.A. ha fissato prezzi inferiori a quelli correnti al fine di evitare ribassi eccessivi. In effetti, si tratta di una tesi singolare, che non trova alcun valido appiglio normativo e che, tra l’altro, pretende di dare valore legale ad una prassi inutile; infatti, la vigente normativa contempla già una serie di rimedi tesi ad evitare che i pubblici appalti vengano aggiudicati a prezzi troppo bassi”.
Tale sistema, – conclude il giudice Amministrativo – “tra l’altro, può funzionare solo se i prezzi a base d’asta sono congrui in partenza, altrimenti è la stessa amministrazione a costringere l’aggiudicatario ad offrire un prezzo eccessivamente basso”. E questo sembra, senza alcun dubbio, essere un paradosso.
La creazione di un mercato realmente competitivo non può prescindere, quindi, dalla corretta determinazione iniziale del prezzo a base d’asta, al fine di limitare e/o ostacolare a monte il fenomeno delle anomalie delle offerte e per evitare – come purtroppo spesso accade – fenomeni di dumping. Solo la determinazione di un prezzo a base d’asta che corrisponda al prezzo contrattato con l’AIFA, determinato ex lege, sarebbe in grado di garantire una reale ed effettiva concorrenza. Il perdurare di un tale sistema sta portando al collasso proprio quelle aziende che dovrebbero servire da volano alla ripresa dell’economia del nostro Paese. Ma non si tratta soltanto di questo: con la scomparsa di un gran numero di fornitori, rischia di crearsi un autentico oligopolio che, alla fine, può mettere in forse i risparmi che le strutture sanitarie credono di poter perseguire e, infine, la stessa costanza delle forniture di medicinali.
Affossare la piccola e media impresa farmaceutica, che da sempre ha saputo competere in termini di prezzo e flessibilità, significa mettere all’angolo una componente che in tutte le fasi di crisi ha contribuito significativamente alla ripresa del nostro sistema economico.
 

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