Dal Corriere della Sera: Rischio di ictus. Ora sapremo quanto

Redazione DottNet | 25/01/2009 09:54

Dall'Università americana dell'Illinois di Chicago, sbarca all'Istituto neurologico Besta e all'ospedale Niguarda di Milano un sistema computerizzato capace di calcolare la cosiddetta "risk ratio" per ictus, ossia la percentuale di rischio, in base alle indagini convenzionali, di esserne colpito.
 

Il sistema si chiama MRI-NOVA ed è un'angiografia quantitativa di risonanza magnetica che associa in maniera virtuale l'angiografia (che fa vedere il flusso dei vasi sanguigni cerebrali) alla risonanza magnetica (che visualizza gli organi interni) senza bisogno di alcun intervento invasivo, ma sfruttando solo la ricostruzione ottenuta dalla risonanza.
Per studiare i vasi cerebrali le due tecniche erano già state fuse, ma quella metodica non forniva indicazioni sulla gravità dei meccanismi che provocano il danno. S'individuava chi era a rischio perché il lume di un vaso appariva ridotto, ma non quanto pericolo corresse il paziente. Senza la percentuale di riduzione del flusso, non si poteva calcolare se e quando questo si sarebbe fermato, causando l'ictus.
Nei casi apparentemente meno gravi il medico dava suggerimenti di prevenzione per ridurre la formazione di placche aterosclerotiche (principale fattore di rischio nell'80% dei casi) e, quando questi non bastavano, terapie preventive a base di farmaci (d'obbligo dopo un TIA, l'attacco ischemico transitorio che spesso precede un ictus) e, nei casi più gravi, la chirurgia neurovascolare. Il problema era capire quando fosse necessario intervenire direttamente sui vasi alterati, applicando un stent (un dispositivo che mantiene il vaso aperto) o praticando una "circonvallazione vasale" (by-pass) che facesse fluire il sangue oltre l'ostruzione, per evitare che si creassero danni irreparabili. Finora non c'era una risposta. Ci si poteva solo affidare alla bravura del medico nell'interpretare queste situazioni, caratterizzate sempre da una certa imprevedibilità, che incombe su questi pazienti come una spada di Damocle.
«Adesso questa imprevedibilità sembra sconfitta -dice il professor Giovanni Broggi, che al Besta sta utilizzando la nuova tecnica nei primi pazienti- perché si può vedere direttamente al computer la reale situazione di un vaso sanguigno, con una precisione pari a quella che si avrebbe se si inserisse un rivelatore di flusso direttamente nell'arteria (all'università dell'Illinois il confronto è stato fatto nel cane), ma con un'invasività minima, perché tutto è virtuale: il calcolo del flusso sanguigno all'interno dei vasi lo fa il computer che, attraverso un complesso algoritmo, analizza i dati della risonanza ricreando sezioni virtuali del vaso lungo i tratti che si vuole studiare ».
«Non si tratta solo di uno strumento di valutazione preventiva - dice il neurochirurgo Paolo Ferroli, stretto collaboratore di Broggi - ma anche di controllo dell'efficacia del trattamento: potremo ad esempio verificare se davvero il bypass di una carotide che si era occlusa ha ottenuto un adeguato ripristino del flusso sanguigno».
La prospettiva è quella di valutare i reali benefici anche dei farmaci convenzionali come antipiastrinici o anticoagulanti, verificando quando è davvero il caso d'intervenire con la chirurgia per riattivare il flusso sanguigno.
 

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