Parla Malvasi, ideatore della proteina killer del mieloma

Oncologia | Redazione DottNet | 04/03/2017 15:05

Una molecola di 900 milioni di anni è la chiave contro il mieloma

È Fabio Malavasi, professore di Genetica medica all'Università di Torino, il 'papà' della proteina CD38, una molecola vecchia 900 milioni di anni, da lui identificata come il bersaglio giusto contro il mieloma multiplo e che ha portato alla messa a punto di un nuovo farmaco anticorpo monoclonale (daratumumab) in arrivo per la terapia di questo tumore del sangue particolarmente difficile da trattare.


    È stato proprio il ricercatore italiano, infatti, a mettere in luce il funzionamento in vivo di CD38 e anticiparne l'uso clinico.    Dopo un periodo di formazione nelle università americane e al Basel Institute of Immunology, negli anni '70 è tornato in Italia "accettando la sfida, che allora sembrava possibile, di combattere ad armi pari con le Istituzioni di ricerca più titolate al mondo", racconta il ricercatore, che partecipa a New Delhi al congresso mondiale International Myeloma Worshop.


    In Giappone e California, spiega, in quegli anni si studiava il ruolo del CD38 nella regolazione dell'insulina e del calcio, principale traduttore dei segnali all'interno delle cellule. A partire da quelle scoperte, è stato possibile poi evidenziare il ruolo della molecola come potente regolatore della risposta immune fino ad arrivare oggi a usarla come bersaglio tumorale. "Le sorprese che può riservare il CD38 sono molte - afferma Malavasi -. Sappiamo che è una molecola con innumerevoli, inconsuete e in parte poco note funzioni: è stato dimostrato essere simile per circa il 40% alla stessa proteina isolata nel citoplasma di cellule del mollusco primitivo Aplysia californica. Il 40% è una somiglianza sorprendente se consideriamo la distanza tra il mollusco e l'uomo. È la dimostrazione non solo che il CD38 affonda le sue origini in un passato antichissimo, di almeno 900 milioni di anni, ma anche che riveste un ruolo importante per la vita".

"Sono rientrato in Italia negli anni '70 - continua - e ho cominciato la ricerca sul CD38 all'Università di Torino. In quegli anni, i gruppi di ricerca americani hanno messo in atto una costosa strategia per concludere se e come la vita fosse possibile in assenza di questa molecola: studiare topolini geneticamente modificati nei quali era stato eliminato il gene CD38. I topolini nascevano, si riproducevano, avevano cura della prole e apparentemente non presentavano malformazioni. Quindi questa vecchia molecola era diventata superflua per una vita normale? A quel punto - prosegue - ho pensato che dovessimo studiare l'uomo e non l'animale. Così abbiamo deciso di analizzare per una settimana tutti i bambini nati in numerosi centri italiani; nel mio centro di Torino arrivarono litri di sangue che ci permisero di studiare tutti i neonati e la risposta fu inaspettata: nessuno di loro risultò privo del CD38". Il passo successivo fu determinante: "Scoprimmo il vero ruolo del CD38. Non solo è fondamentale nell'attivazione cellulare ma è anche, e soprattutto, una molecola di adesione.     Consente alle cellule malate di lasciare il circolo e migrare in ambienti protetti come i linfonodi e il midollo. In altri termini, un 'traghettatore'. Questo portò al passaggio successivo: queste caratteristiche rendono il CD38 un bersaglio ideale delle terapie anti tumorali. Il mieloma multiplo ha portato notevoli informazioni sul suo funzionamento perché le plasmacellule mantengono un'alta espressione della molecola".    Ma la proteina CD38 non ha smesso di stupire: "Un gruppo di studio internazionale coordinato dal neurologo giapponese, Higashida - spiega - ha dimostrato che i topi privi del CD38 presentavano in realtà disturbi del comportamento, e nello specifico un deficit della memoria sociale a breve termine.     Psicologi, psichiatri ed endocrinologi hanno così osservato come alterazioni della quantità di CD38 siano correlate a quadri patologici nell'uomo quali l'autismo e alla regolazione di alcuni tratti del comportamento umano". Questo, conclude il ricercatore, "apre ora degli ampi scenari per il CD38, che in futuro potrà avere applicazioni anche in aree come la psichiatria". 

 

 

fonte: ansa

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