Il Ministero dovrà risarcire i danni derivati dalle emotrasfusioni

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 11/04/2017 18:40

Sentenza della Corte d'appello civile di Roma. Centinaia i soggetti coinvolti

Sono centinaia le persone, o i loro eredi, che dovranno essere risarcite dal ministero della Salute per i danni subiti da trasfusioni con sangue infetto. L'ha deciso la prima Corte d'appello civile di Roma con una sentenza nella quale ha racchiuso una serie di ricorsi, e che ha in sostanza assunto le caratteristiche e la portata di una class-action. La quantificazione del risarcimento sarà affidato a un nuovo giudizio, ma dall'Amev, l'Associazione Malati Emotrasfusi e Vaccinati, fanno sapere che si tratta di almeno 100mila euro per ognuna delle 300 persone di cui si occupa la sentenza; in sostanza si dovrebbe superare i 30milioni di euro complessivi.

Davanti alla Corte d'appello civile di Roma arrivava un appello proposto dal Ministero della Salute contro una sentenza favorevole ai danneggiati emessa dal tribunale monocratico di Roma nel 2006. Dopo undici anni, adesso, la definizione del giudizio con una sentenza che alcuni hanno già definito 'sentenza modello'. Nel 'corpo' della decisione, alcune indicazioni importanti in tema di diritto. Una su tutte: la risposta al motivo di ricorso che vedeva il Ministero sostenere che, derivando il danno da trasfusioni, la responsabilità sarebbe stata delle singole Regioni in quanto depositarie dei compiti amministrativi in materia di salute umana e veterinaria.

Per i giudici, però, "il Ministero della Salute è tenuto ad esercitare un'attività di controllo e di vigilanza in ordine alla pratica terapeutica della trasfusione del sangue e dell'uso degli emoderivati sicché risponde dei danni conseguenti ad epatite ed a infezione da HIV, contratte da soggetti emotrasfusi, per omessa vigilanza sulla sostanza ematica e sugli emoderivati". Cosa che si desumerebbe anche dalla giurisprudenza della Cassazione. Immediata è stata la soddisfazione per la sentenza espressa dall'avvocato Marcello Stanca, presidente nazionale dell'Amev Firenze e patrocinatore di alcuni dei danneggiati.

"Abbiamo aspettato più di dieci anni - ha detto - ma alla fine i giudici hanno confermato le nostre ragioni, ritenendo la responsabilità del Ministero nonostante il tentativo di scaricare la colpa sulle Regioni. Auspichiamo che il Governo voglia finalmente estendere il diritto all'equa riparazione a tutti i contagiati da emotrasfusione che finora sono stati esclusi dall'accesso al beneficio".

Sono 120mila gli italiani che, tra il 1970 e il 1990, hanno contratto malattie come Hiv ed epatite a causa di trasfusioni con sangue infetto e farmaci emoderivati. Per alcune centinaia di questi pazienti, la Corte d'appello civile di Roma ha decretato oggi il diritto al risarcimento da parte del ministero della Salute. Circa 4.500 pazienti sono ad oggi deceduti. La lunga vicenda del 'sangue infetto' inizia negli anni Settanta e si protrae per un ventennio: varie aziende farmaceutiche vennero accusate di aver immesso sul mercato lotti di sangue da soggetti a rischio evitando i controlli del Servizio sanitario nazionale attraverso tangenti a politici e medici.

Tra gli indagati figurò anche l'allora direttore del servizio farmaceutico del Ministero della Sanità, Duilio Poggiolini: fu accusato di omicidio colposo insieme ad altre 10 persone. Da allora, molti cittadini danneggiati da emotrasfusioni si sono rivolti ai tribunali. Una delle ultime sentenze è quella del 2016 della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, che condannò lo Stato italiano a pagare oltre 10 mln di euro per risarcire 371 cittadini infettati da Aids o epatite. In realtà, con la legge 210 del 1992 alle persone cui è stato riconosciuto un danno, lo Stato garantisce un indennizzo pari a 1400 euro bimestrali. Successivamente, la legge 244 del 2007 ha previsto un risarcimento in base al danno per ogni malato, per un importo massimo di 5-600mila euro.

I decreti attuativi per l'accesso al risarcimento, tuttavia, prevedevano paletti stringenti che di fatto, evidenziano le associazioni, rendevano inattuabile la normativa. Le domande furono infatti presentate nel 2010, e nel 2012 venne varato il Decreto ministeriale 162, che escludeva la maggior parte dei partecipanti alle transazioni: la procedura non si applicava per le trasfusioni avvenute prima del 1978 e il diritto cadeva in prescrizione se la richiesta non era stata fatta entro 5 anni dal riconoscimento del danno biologico. Da qui i ricorsi a Strasburgo. Nel 2014, infine, il decreto legge 90, che ha avuto il via libera con il governo Renzi e riconosce ai soggetti danneggiati una somma di denaro pari a 100mila euro, definita 'equa riparazione'.

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