Dal Corriere della Sera: I fisio-robot aiutano a ritrovare il cammino

Redazione DottNet | 08/02/2009 09:37

fisioterapia medicina ortopedia

Settembre 2002: «muove la gamba destra, le dita dei piedi, parzialmente le gambe, si stacca per un'ora dallo stimolatore che gli consente di respirare, ha ritrovato la sensibilità in più punti alle braccia ». Notizie che stupirono il mondo perché riguardavano una persona completamente paralizzata, un corpo immobile da sette anni.
 

Il «miracolato» era Cristopher Reeve, l'attore scomparso per un attacco cardiaco nel 2004 che non aveva mai smesso di lottare contro l'immobilità cui l'aveva condannato una caduta da cavallo nel 1995. Lo straordinario recupero di Superman (il ruolo più famoso che ha interpretato) «sarebbe» stato frutto di un programma di riabilitazione intensivo: ore e ore di ginnastica passiva in piscina e su una particolare bicicletta da camera con l'aiuto della stimolazione elettrica funzionale, o Fes, secondo l'acronimo in inglese. Tecnica che grazie ad elettrodi appoggiati (o impiantati) sulla cute in corrispondenza dei nervi ancora integri, ma che il trauma spinale ha «staccato» dai centri superiori, riattiva la contrazione dei muscoli delle braccia o delle gambe.
Un programma intensivo quello di Reeve che utilizzava comunque strumenti in uso da vent'anni in tutti i centri di riabilitazione del mondo. Quel successo si rivelò effimero, ma contribuì a rafforzare l'idea che l'immobilità è la condanna del paraplegico (1-3 casi nuovi casi di origine traumatica, il 67,5 per cento delle lesioni spinali, ogni anno su 100.000 abitanti); il movimento ha, al contrario, effetti benefici e potenzialità terapeutiche ancora da esplorare.
Fanno il punto su questa cura importante (non ci sono soltanto le miracolose iniezioni di cellule staminali embrionali e non), gli esperti della Fondazione Santa Lucia di Roma in un volume curato del
Brain Research Bulletin, cui hanno contribuito i maggiori esperti del settore.
Agli strumenti utilizzati da anni nella riabilitazione dei paraplegici, la stimolazione con elettrodi, messa a punto nel lontano 1961 e la ginnastica attiva e passiva declinata in tutte le forme, si aggiunse una quindici d'anni fa il tappeto rotante su cui il paziente, sospeso da un argano dentro ad una imbracatura e sotto stimolazione elettrica, viene aiutato dai fisioterapisti a riprodurre il movimento sul nastro trasportatore.
Uno strumento che si è rivelato formidabile: nel '94 (l'articolo uscì sulla rivista
Lancet) Volker Dietz, direttore dell'unità spinale dell'ospedale Balgrist di Zurigo, dimostrò che consente di produrre un'attività muscolare simile a quella del soggetto integro. Ma che fatica per i fisioterapisti! Ecco comparire allora, nei primi anni 2000, una serie di ausili robotici in grado di far fare al paziente le stesse cose, senza la fatica dell'operatore.
E con risultati migliori? «No, purtroppo — risponde Marco Molinari, responsabile della sezione mielolesi della Fondazione Santa Lucia che, insieme al collega Giorgio Scivoletto, ha curato il volume — ; dagli studi fatti finora emerge che i risultati sono gli stessi di quelli che si ottengono con l'operatore. Non sappiamo però se un programma di fisioterapia superintensivo con questi robot possa dare ulteriori benefici. Sono in corso studi in questa direzione ». Il limite più importante di queste macchine è che mettono in atto programmi «fissi» di movimento, non modulabili sul bisogno del paziente, cosa che fanno, ovviamente, gli operatori.
«Si stanno sperimentando sensori da applicare sui muscoli della persona paralizzata — aggiunge lo specialista — , capaci di inviare al computer del robot messaggi che vengono poi tradotti in una attività fisica più o meno intensa. La macchina va perfezionata, ma nel confronto con il fisioterapista esce vincente su due fronti: ha un memoria infallibile sul lavoro fatto e il privilegio di non stancarsi mai!».