Tumore ovarico: come preservare la fertilità

Oncologia | Medical Information Dottnet | 16/06/2017 09:47

Una chinasi coinvolta nel controllo del danno al DNA potrebbe essere un nuovo bersaglio terapeutico.

La funzione ovarica è direttamente correlata alla sopravvivenza della riserva primordiale di follicoli e, per questo, alla capacità della donna di procreare. Per una donna che riceve una diagnosi di carcinoma ovarico il primo imperativo è di trattare il tumore ma a seguito del trattamento con chemioterapici o radioterapie gli ovociti a riposo sviluppano un’ipersensibilità al danno al DNA. Ne potrebbero così conseguire problemi di infertilità prematura e riguardanti la funzione endocrina dell’ovaio. Le attuali opzioni terapeutiche mirate alla preservazione della fertilità prevedono la raccolta e crioconservazione degli ovociti, ma necessariamente ciò implica un ritardo nel trattamento anti-tumorale e il ricorso a procedure di tecnologia di riproduzione assistita (ART).

Un team di ricercatori ha pubblicato quest’anno un interessante lavoro in cui sono stati valutati gli effetti della preservazione della funzione ovarica mediante l’inibizione di un elemento chiave della risposta al checkpoint del danno al DNA nell’ovocito, la chinasi 2 del checkpoint (CHK2).

Vera D. Rinaldi e colleghi hanno infatti dimostrato che una dose non letale di radiazioni ionizzanti in grado di eliminare gli ovociti immaturi nei topi wild-type non interferisce con la vitalità degli ovociti e, di conseguenza, con la fertilità nei modelli murini privi di ChK2 (Chk2-/-).

Trasferendo questo concetto in vitro, utilizzando un sistema di coltura ovarico, è stato osservato che una somministrazione transiente dell’inibitore di CHK2, il 2-(4-(4-Chlorophenoxy)phenyl)-1H-benzimidazole-5-carboxamide-hydrate ("CHK2iII"), blocca l’attivazione dei target di CHK2 come TRP53 e TRP63 in risposta a dosi di radiazioni ionizzanti “sterilizzanti” preservando, così, la vitalità dell’ovocita. Questo tipo di ovaia potrebbe essere trasferito nelle femmine sterilizzate e, come mostrato nello studio, ripristinare la capacità riproduttiva.

I risultati ottenuti forniscono un’importante evidenza sperimentale a supporto dell’utilizzo di inibitori chimici di CHK2 come potenziale trattamento di preservazione della fertilità e della funzione endocrina delle donne esposte a terapie antitumorali che danneggiano il DNA come le radiazioni ionizzanti.

 

Fonte:

Vera D. Rinaldi et al. Pharmacological Inhibition of the DNA Damage Checkpoint Prevents Radiation-Induced Oocyte Death. GENETICS Early online June 3, 2017.

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