Legittimo il licenziamento del lavoratore che naviga in rete

AIOP | AIOP | 30/06/2017 16:00

Cassazione Sezione Lavoro, sentenza n. n. 14862 del 15 giugno 2017. A cura di Sonia Gallozzi, Consulente giuslavorista della Sede nazionale.

La pronuncia oggi esaminata affronta il caso di un lavoratore licenziato, poiché aveva abusato della connessione internet del PC aziendale. Il lavoratore impugnava il licenziamento effettuato sulla base del codice di regolamento dell’uso delle dotazioni aziendali, da lui asseritamente non conosciuto. Il Tribunale, in parziale accoglimento del ricorso, risolveva il rapporto e condannava la società al pagamento di un’indennità risarcitoria, ciò in considerazione dell’assenza di precedenti disciplinari, del fatto che la condotta illecita non avesse inciso sull’attività professionale e sull’esiguità del danno sofferto dal datore di lavoro. La pronuncia, tuttavia, non veniva confermata in secondo grado. I giudici di appello rilevavano infatti, come il ricorrente non avesse contestato i fatti addebitati, nè dimostrato che la navigazione fosse avvenuta per motivi di lavoro. In ultimo, il numero delle connessioni, la durata degli accessi e il volume di traffico, palesavano l’abuso.
Il lavoratore ricorreva dunque in Cassazione, articolando vari motivi.
Innanzitutto, il ricorrente si doleva di come i Giudici di merito non avessero correttamente apprezzato la sua mancata conoscenza del regolamento aziendale relativo all’utilizzo degli strumenti informatici. Motivo che non veniva assolutamente condiviso dalla Corte la quale, affermando un principio oramai pacifico, sanciva che “l’onere di pubblicità del c.d. codice disciplinare [...] si applica soltanto nei limiti in cui questo sia stato intimato per una delle specifiche ipotesi di comportamento illecito vietate e sanzionate con il provvedimento espulsivo da norme della contrattazione collettiva o da quelle validamente poste dal datore di lavoro [...] e non anche quando, senza avvalersi di una di queste specifiche ipotesi, il datore di lavoro contesti un comportamento [...] che sia manifestamente contrario all’etica comune ovvero concreti un grave o comunque notevole inadempimento dei doveri fondamentali connessi al rapporto di lavoro, quali sono gli obblighi di diligenza e fedeltà prescritti dagli artt. 2104 e 2105 c.c.”, che si sostanziano “non solo nell’esecuzione della prestazione lavorativa secondo la particolare natura di essa (diligenza in senso tecnico) ma anche nell’esecuzione di quei comportamenti accessori che si rendano necessari in relazione all’interesse del datore di lavoro ad un’utile prestazione (cfr., in tal senso, già Cass. n. 3845/1992; cfr., più di recente, fra le molte: n. 12769/2000 e n. 7398/2010)”.
La Corte riteneva infine infondata la asserita violazione della normativa sulla tutela della riservatezza da parte del datore di lavoro, sul presupposto che i dati riportati nella lettera di contestazione fossero a tutti gli effetti “personali, con ogni conseguenza circa le modalità di trattamento e di utilizzo”. La Corte infatti riteneva che la società non avesse analizzato quali siti il lavoratore avesse visitato durante la navigazione in internet, né la tipologia di dati da lui scaricati né, infine, se tali dati fossero stati salvati sul computer. Al contrario, il datore di lavoro si era limitato a contestare la data, l’ora, la durata della connessione e l’importo del traffico, aspetti che “non costituiscono dati personali, non comportando alcuna indicazione di elementi riferibili alla persona dell’utente e di sue scelte o attitudini politiche, religiose, culturali, sessuali, rimanendo confinati in una sfera estrinseca e quantitativa che è di per sé sovrapponibile, senza alcuna capacità di individuazione, ad un numero indistinto di utenti della rete”. Né il datore di lavoro, con detti suoi controlli, aveva posto in essere alcuna violazione dell’art. 4 Stat. lav., poiché “resta esclusa dall’ambito di applicazione dell’art. 4 Stat. lav. (l’attività) volta ad individuare la realizzazione di comportamenti illeciti da parte del dipendente, idonei a ledere il patrimonio aziendale sotto il profilo della sua integrità e del regolare funzionamento e della sicurezza degli impianti”.
I Giudici di Legittimità, dunque, a fronte di “un utilizzo della dotazione aziendale per fini personali non sporadica e/o eccezionale, bensì sistematica in considerazione della frequenza (complessivamente 27 connessioni), della durata dell’accesso (complessivamente 45 ore) e dello scambio di dati di traffico (migliaia di kbyte)”, configurante “con evidenza un utilizzo indebito dello strumento aziendale non solo reiterato ma anche, di conseguenza, intenzionale”, ritenevano legittima l’adozione del provvedimento espulsivo, rigettando in toto il ricorso proposto dal lavoratore.

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