Zaia, il Veneto è pronto a impugnare il decreto professioni

Sanità regionale | Redazione DottNet | 06/07/2017 18:55

Cinquemila posti spostati sugli atenei del Lazio: pare che solo in Università romane si impari per lavorare

"Stando al Decreto del Ministero dell'Università e Ricerca sembra che le professioni sanitarie si possano imparare solo nelle università romane. Cinquemila posti (a numero chiuso, si badi bene) su un totale di ventiquattromila, secondo questo decreto vengono tagliati a quasi tutte le Regioni e Province Autonome e spostati con la bacchetta magica sugli atenei del Lazio. Spero sia un errore o un eccesso di zelo di un burocrate romano, in caso contrario il Veneto è pronto a impugnare questo atto perlomeno incomprensibile".

Con queste parole, il Presidente del Veneto Luca Zaia apre una nuova contestazione nei confronti di una decisione governativa presa in un settore delicato e fondamentale per il buon funzionamento della sanità come la programmazione 2017-2018 per l'accesso ai corsi universitari per la formazione delle professioni sanitarie come, ad esempio, infermieri, ostetriche, tecnici di radiologia, tecnici di laboratorio: in tutto ben ventidue professioni sanitarie non mediche. "Il nostro assessore alla Sanità - rivela il Governatore - ha posto con forza la questione al tavolo della Commissione Salute delle Regioni, chiedendo la modifica del decreto Fedeli, formalizzando, in caso contrario, l'intenzione del Veneto di impugnarlo e trovando ampia condivisione da parte dei colleghi di quasi tutte le altre Regioni".

Con l'Accordo Stato-Regioni del 25 maggio scorso era stato elaborato e presentato al Ministero della Salute il fabbisogno formativo. Solo che, a differenza che nelle assegnazioni precedenti, dell'Accordo Stato-Regioni non faceva parte il fabbisogno formulato dalle singole Regioni e Province Autonome. In un successivo incontro al Miur del 12 giugno, ricostruiscono i tecnici del Veneto, sono stati discussi i numeri complessivi a livello nazionale dei potenziali posti da autorizzare per singola professione, anziché i posti da destinare ai singoli Atenei per ogni corso di laurea.

"Al riguardo - fa notare Zaia - il Miur si è riservato di decidere successivamente e in autonomia la ripartizione per ogni Università. E qui è cascato l'asino, perché per fortuna i nostri tecnici le carte le sanno leggere bene e hanno scoperto l'inghippo: un diluvio di posti nelle università romane, tagli a raffica dei posti in quasi tutte le altre Regioni. Il Decreto Fedeli in realtà parla di 'posti provvisori disponibili per i candidati da perfezionare con successivo Decreto'. Se per caso qualcuno avesse pensato: proviamoci e semmai con questo passaggio facciamo in tempo a cambiare - aggiunge il Governatore - si metta al lavoro e cambi. Con l'attuale formulazione il decreto noi lo impugniamo".

Per il Veneto, in caso di conferma del testo ministeriale, si aprirebbero non pochi problemi, con il rischio di dover chiudere alcuni corsi. Un esempio calzante è quello dei tecnici di radiologia: il fabbisogno del Veneto è di 80 posti, ma ne vengono assegnati solo 51. Non va meglio per i tecnici di laboratorio (fabbisogno 50, assegnati 31) e per i tecnici della prevenzione (fabbisogno 30, assegnati 20).

"E' un meccanismo che sfiora l'assurdità - ha commentato l'assessore veneto alla sanità Luca Coletto dopo la riunione a Roma - anche alla luce del paradosso che questi corsi se li pagano le Regioni, alle quali viene però di fatto tolto il diritto costituzionale della programmazione in generale e di quella della formazione del personale sanitario in questo caso, secondo le reali loro esigenze. Anche il meccanismo operativo lascia increduli, con un programma informatico sulla base del quale, inserendo una semplice spunta, un'Università del Sud può accaparrarsi un corso in una del Nord. Non faccio nomi, ma è successo anche questo".

 

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