L'influenza: dalla situazione epidemiologica corrente agli aspetti clinico-terapeutici

Farmaci | Redazione DottNet | 13/02/2009 12:24

F. Franzetti
Dirigente Medico I livello, Clinica Malattie Infettive, Ospedale Luigi Sacco, Milano

I dati epidemiologici relativi alla stagione influenzale 2008-9 confermano che anche in Italia, a partire dall’ultima settimana di dicembre 2008, si è avuto un incremento di casi incidenti (Figura 1).


Figura 1. Incidenza dell’influenza totale e per classi di età nella stagione 2008 - 2009

Nello specifico i dati epidemiologici europei confermano una stagione a più alto impatto sulla popolazione. Dall’inizio di novembre sono stati confermati in laboratorio, nel sistema di vigilanza europea, 5693 casi di infezione da virus influenzale, di cui 5474 legati a infezione da virus A (2128 sottotipo H3, 141 sottotipo H1, 3205 non sottotipizzati) e 219 legati ad infezione da virus B.
Come nel restante ambito europeo, anche in Italia il ceppo maggiormente circolante è quello H3N2, mentre il ceppo H1N1 si ritrova solo in una limitata parte di casi, soprattutto nei paesi nord-europei.
 

In base ai dati riportati in letteratura, nel 35% dei pazienti con influenza si verifica lo sviluppo di complicanze, che in circa il 20% dei casi sono costituite da infezioni delle alte vie aree (faringite, laringite, tracheite, sinusite, otite) e per la quota rimanente sono rappresentate da infezioni delle vie respiratorie inferiori (bronchite acuta, riacutizzazione di bronchite cronica, polmonite). Inoltre, i tassi stimati di ospedalizzazione per diagnosi principale di influenza o polmonite aumentano progressivamente con l’età dei pazienti, un fattore che incide negativamente anche sulla mortalità stimata, la quale passa dallo 0.5/100.000 persone/anno nei soggetti di età compresa tra 0 e 49 anni al 7,5/100.000 persone/anno nel range 50-64 anni, fino ad arrivare a 98,3/100.000 persone/anno nei soggetti di età superiore a 65 anni.
Le malattie croniche cui si associa un rischio maggiore di contrarre l’influenza e di sviluppare le complicanze ad essa correlate sono, in ordine crescente, il diabete mellito, le cardiopatie e la broncopneumopatia cronica ostruttiva. Peraltro, diverse evidenze dimostrano che nei pazienti con influenza, il rischio di sviluppare complicanze gravi a carico dell’apparato respiratorio, come la polmonite, risulta particolarmente elevato.
Per quanto riguarda le possibili strategie di intervento, i risultati di numerosi studi clinici riguardanti la terapia antivirale evidenziano che gli inibitori della neuraminidasi si dimostrano efficaci nel controllo dei sintomi dell’influenza, nonché nella profilassi post-esposizione e nella prevenzione delle complicanze respiratorie. Inoltre, il trattamento precoce con i farmaci antivirali permette di ridurre la durata dell’influenza; tale effetto è particolarmente evidente in seguito all’impiego di oseltamivir che, se somministrato entro le prime 6-12 ore dall’esordio dei sintomi, è in grado di determinare una riduzione di 3-4 giorni della durata della malattia (Tabella 1).


Tabella 1. Risultati di alcuni studi sull’efficacia degli antivirali oseltamivir e zanamivir nel trattamento dell’influenza, espressa in termini di riduzione della durata della malattia

Come accennato precedentemente, gli inibitori della neuraminidasi si dimostrano efficaci anche in termini di prevenzione delle complicanze dell’influenza sia negli adulti sia nei bambini. In particolare, da un studio condotto su oltre 3.500 soggetti adulti è emerso che l’impiego di oseltamivir ha indotto una riduzione significativa delle complicanze respiratorie (bronchiti e polmoniti) sia nella popolazione totale sia nei pazienti a rischio (Figura 2).

Figura 2. Il trattamento con oseltamivir ha determinato una riduzione significativa delle complicanze a carico dell’apparato respiratorio (bronchiti e polmoniti) in soggetti adulti con influenza (n=3564).


Quanto all’efficacia preventiva in ambito pediatrico, un trial controllato, randomizzato, in cui sono stati inclusi 452 bambini con influenza, ha evidenziato che il trattamento con oseltamivir si è associato ad una riduzione del rischio di sviluppare otite media (-44%) e del ricorso all’impiego di antibiotici (-34%). Peraltro, un altro studio condotto su 162 bambini con asma bronchiale, la somministrazione precoce di oseltamivir, vale a dire entro 24 ore dall’esordio dei sintomi dell’influenza, ha permesso di ottenere una marcata riduzione degli episodi asmatici.

Un possibile limite degli inibitori della neuraminidasi consiste nel potenziale sviluppo delle resistenze; dal momento che il Giappone rappresenta il paese in cui si utilizzano più largamente questi antivirali, è da questa nazione che si è cercato di ottenere i dati più significativi. A tale riguardo, inizialmente il fenomeno delle resistenze agli antivirali appariva trascurabile (valori inferiori allo 0,5%), ma nel tempo ha assunto una maggiore rilevanza, in quanto la percentuale di resistenza del ceppo H1N1 nell’influenza stagionale 2005-06 ha raggiunto un valore pari a circa il 2,5%. Per quanto riguarda l’Italia, i dati sono confortanti, dal momento che la percentuale di resistenza ad oseltamivir registrata nella stagione 2007-08 non ha superato lo 0,9%, di molto inferiore a quanto segnalato in altri paesi europei come la Norvegia (67,4%) e la Francia (53,1%).
I dati a disposizione del Ministero della Salute per la stagione 2008-2009 dimostrano, inoltre, che allo stato attuale dei fatti nessuno dei virus circolanti ed isolati su suolo italiano è resistente agli inibitori della neuraminidasi, come si evidenzia nella tabella sottostante (Tabella 2).


Tabella 2. Risultati del saggio per la determinazione della suscettibilità all’Oseltamivir e allo Zanamivir (analisi effettuate presso il NIC - ISS)

Per quanto concerne gli antibiotici, è importante evitare l’impiego incongruo di questa classe di farmaci, cui comunque spetta un ruolo importante nel trattamento delle complicanze dell’influenza ad eziologia batterica a carico dell’apparato respiratorio. Per quanto riguarda la polmonite batterica in corso di influenza, i dati della letteratura relativamente recenti (2006-2007), provenienti da differenti aree geografiche, evidenziano che i patogeni più frequentemente coinvolti come agenti causali di questa complicanza sono Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e Staphylococcus aureus; allo stesso modo, i dati relativi alla popolazione pediatrica degli Stati Uniti indicano che S.aureus (20%) e S pneumoniae (7%) sono gli agenti eziologici che con maggiore frequenza causano infezioni responsabili di mortalità associata all’influenza.

 

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