In aumento i linfomi Non-Hodgkin

Farmaci | Redazione DottNet | 13/02/2009 18:42

Sbarca a Genova per il secondo anno il “Meeting Educazionale Post-ASH”, patrocinato dalla Società Italiana di Ematologia ed ispirato al più importante congresso mondiale di ematologia, quello dell’American Society of Hematology (ASH).

Alla manifestazione, cui partecipano alcuni tra i maggiori esperti italiani, si discutono i piu’ importanti progressi emersi in questo ultimo anno nel trattamento delle malattie ematologiche. In particolare nel linfoma Non-Hodgkin (LNH) che, con 12.000 nuovi casi ogni anno in Italia, sarà tra vent’anni la neoplasia più diffusa a livello mondiale. In Liguria le stime parlano di 10 nuovi casi l’anno ogni 100.000 abitanti. I farmaci biologici o ‘target’, come gli anticorpi monoclonali, rappresentano una svolta nella terapia: colpendo con precisione solo le cellule malate senza danneggiare quelle sane, costituiscono delle importanti realtà per i pazienti. Tra questi, rituximab si conferma lo standard terapeutico per il trattamento del LNH. Nuovi dati significativi sono stati riportati nella terapia di mantenimento del LNH follicolare indolente. In particolare, i risultati di follow-up a sei anni di uno studio condotto da un gruppo di esperti della Organizzazione Europea per la Ricerca ed il Trattamento del Cancro (EORCT) hanno dimostrato che i pazienti con LNH follicolare indolente ricaduto che ricevono terapia di mantenimento con rituximab hanno una mediana di sopravvivenza libera da progressione della malattia tre volte superiore rispetto ai pazienti che non ricevono terapia di mantenimento con rituximab (3.7 anni vs. 1.3 anni). “Il linfoma Non-Hodgkin colpisce prevalentemente gli adulti in una fascia di età compresa tra i 45 e i 70 anni. Il 55% delle diagnosi sono di tipo ‘aggressivo’ o a crescita rapida; il 45% invece sono forme ‘indolenti’, a sviluppo lento” spiega il prof. Angelo Michele Carella, Direttore della Divisione di Ematologia - A.O.U. San Martino di Genova. “Oggi la terapia si è avvantaggiata dell’introduzione del rituximab in associazione con la chemioterapia e, recentemente, una svolta di grande rilievo è stata data dalla dimostrazione del ruolo che la terapia di mantenimento con rituximab può avere nei pazienti con questo tipo di linfoma”. Rituximab inoltre ha recentemente ricevuto parere positivo in Europa per il trattamento di prima linea della leucemia linfatica cronica (LLC). In tutto il mondo, l’incidenza della leucemia nelle sue varie espressioni cliniche è in continuo aumento. Nell’ambito dei Paesi occidentali l’Italia è al primo posto con 10-12 nuovi casi all’anno ogni 100.000 abitanti (fonte: sito AIL, Ottobre 2008). Nella sola Liguria si registrano circa 25 nuovi casi l’anno ogni 100.000 abitanti. Dati significativi sono stati riportati da rituximab nel trattamento della LLC, la forma più comune di leucemia negli adulti, che rappresenta il 25-30% di tutte le leucemie. Nei pazienti precedentemente non trattati, lo studio internazionale CLL-8, condotto in 191 centri di 11 paesi cui hanno partecipato 817 pazienti, ha dimostrato che il tempo mediano trascorso fino al momento in cui si verifica una progressione di malattia è di 42.8 mesi nel gruppo trattato con rituximab più chemioterapia rispetto ai 32.3 mesi nel gruppo trattato con sola chemioterapia. Questo equivale a quasi un anno in più di libertà dalla malattia. “Rituximab, oltre ad essere un caposaldo nel trattamento di prima linea del linfoma non-Hodgkin”, commenta il prof. Pier Luigi Zinzani, Professore Associato di Ematologia all’Università di Bologna “si è dimostrato anche il farmaco ideale nel trattamento della leucemia linfatica cronica. I risultati dello studio CLL-8 si aggiungono a evidenze scientifiche crescenti che sottolineano il ruolo di primo piano che rituximab rivestirà nella gestione di questa patologia, che rimane, ad oggi, una malattia potenzialmente fatale e incurabile. Sulla base di questi risultati possiamo affermare che questo tipo di trattamento ha aperto nuove frontiere nell’approccio terapeutico, migliorando la qualità di vita e l’aspettativa di vita del paziente”. Per garantire il migliore trattamento del paziente è importante considerare le implicazioni spesso correlate alle terapie di prima linea. Un esempio significativo e’ l’anemia chemio-indotta che nel 50% dei casi non viene trattata. Per risolvere questa patologia e’ importante adottare terapie di supporto appropriate quali per esempio gli agenti stimolanti l’eritropoiesi, come l’eritropoietina beta. Questo tipo di approccio consente di migliorare il quadro generale del paziente e garantire l’adesione al trattamento farmacologico.

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