Test di Medicina per 67.000 tra ansia e proteste

Professione | Redazione DottNet | 05/09/2017 19:42

9.100 i posti. Tra i candidati anche un 64 enne. Nei quesiti è apparso Hawking

Ci sono anche un 17enne, a Napoli, e un 64enne, a Torino, tra i circa 67.000 candidati (66.907 per l'esattezza, contro i 62.695 del 2016) che stamani si sono cimentati con i test di accesso alle facoltà di Medicina. Una prova, uguale in tutta Italia, accompagnata anche stavolta da flash mob e proteste davanti ai principali atenei. Mobilitazioni organizzate dalle associazioni studentesche che da anni criticano gli sbarramenti all'accesso chiedendo l'abolizione del numero chiuso.

Sessanta i quesiti a cui gli aspiranti medici hanno dovuto rispondere in 100 minuti: domande di cultura generale, logica, biologia, chimica, fisica e matematica. I 20 quesiti di ragionamento sono stati indicati dal 40% dei candidati come quelli più difficili, secondo un instant poll, elaborato a poche ore dalla conclusione dei quiz da Skuola.net. Grande riscatto (per il secondo anno di fila) per le due domande di cultura generale: solo il 10% le ha trovate veramente cattive. Ai candidati è stato proposto un quesito sul libro di Stephen Hawking sul Big Bang e i buchi neri (tra le opzioni di risposta Piero Angela e Margherita Hack) mentre l'altra domanda riguardava i Patti Lateranensi e il rapporto Stato-Chiesa secondo la Costituzione.

Chi sogna il camice bianco proviene in larga parte, secondo un identikit dei laureati in medicina tracciato dal consorzio Almalaurea, da un liceo scientifico (59%) o classico (32%), si laurea in media a 27 anni e impiega 7,3 anni per conquistare il titolo, con un voto medio di laurea pari a 110. Soltanto uno su sette quest'anno ce la farà considerando che i posti a disposizione sono 9.100 per Medicina e 908 per Odontoiatria, ma tutti per partecipare al test hanno dovuto sborsare qualcosa: da 10 a 100 euro secondo i diversi atenei per una spesa complessiva calcolata da Skuola.net in 3,5 milioni di euro. I punteggi anonimi delle prove saranno pubblicati sul sito dedicato del Miur (www.universitaly.it) il 19 settembre, i risultati nominali saranno noti il 29 settembre e la graduatoria nazionale di merito pronta il 3 ottobre.

Un appuntamento, quello dei test, sul quale puntuale a ogni settembre si riaccende la polemica, alimentata in questi giorni dalla sentenza con cui il Tar del Lazio ha bocciato il test a numero chiuso per le facoltà umanistiche alla Statale di Milano. La decisione del tribunale amministrativo "potrà avere un grandissimo impatto se si considera la diffusione dei numeri programmati locali in Italia. Per questo stiamo già preparando istanze di autotutela da presentare in vari atenei. Ma questo per noi rappresenta solo l'inizio: ora è necessario abrogare la legge 264/99, per eliminare definitivamente il numero chiuso tanto a livello locale quanto a livello nazionale" ha dichiarato Elisa Marchetti, coordinatrice nazionale dell'Unione degli Universitari. E Andrea Torti, Coordinatore di Link - Coordinamento Universitario critica il "nuovo taglio da 9224 a 9100 posti": "la progressiva riduzione è inaccettabile e va a ledere ulteriormente il diritto allo studio, già colpito da un test assolutamente iniquo".

C'è poca Italia nella classifica delle migliori università del mondo diffusa oggi dalla rivista britannica 'Times Higher Education'. Gli unici due atenei italiani presenti nella top 200 sono infatti le scuole universitarie superiori di Pisa, Sant'Anna e Normale, rispettivamente 155esima e 184esima. Al vertice si conferma il Regno Unito con l'Università di Oxford in testa mentre quella di Cambridge sale in seconda posizione, seguito dagli Stati Uniti col California Institute of Technology in terza posizione, a pari merito con la Stanford University.

Nel complesso l'Europa, Gran Bretagna inclusa, continua a mantenere 100 delle 200 "top universities" mondiali, ma le istituzioni asiatiche, quelle cinesi in particolare, guadagnano posizioni rispetto al precedente ranking e vedono ripagati i significativi investimenti in ricerca dei loro governi. Non si avvertono per il momento gli effetti della Brexit sugli atenei britannici ma è la stessa Times Higher Education a sottolineare che le università del Regno possono contare sui cospicui fondi alla ricerca in arrivo dall'Ue e senza di quelli rischiano di perdere il loro primato mondiale. In ambito europeo, sono da segnalare due nuove prime posizioni ai vertici nazionali di Spagna e Italia, dove si affermano rispettivamente la Pompeu Fabra University di Barcellona e la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa.

"Per il nostro Paese - spiega una nota dei due atenei toscani - si tratta di una fluttuazione interna al sistema delle scuole universitarie superiori di Pisa: la seconda posizione della Normale, prossima a federarsi con il Sant'Anna e con lo Iuss di Pavia, ne conferma la competitività a livello globale". Le altre università italiane si sono classificate oltre la duecentesima posizione: nel range 201-250 ci sono Bologna, il Politecnico di Milano e l'università di Trento, seguite nel range successivo dalla libera università di Bolzano e dalla Sapienza di Roma; un passo più indietro gli atenei di Milano, Padova e Pavia. Nella graduatoria internazionale le prime università del Sud sono gli atenei della Calabria e di Salerno che si trovano, in compagnia di Milano Bicocca, Politecnico di Torino e università di Trieste, nel range 351-400. In tutto sono 39 gli atenei italiani nella classifica generale che è formata da mille istituzioni.

I punteggi sono stati calcolati sulla base di macro indicatori riuniti in cinque categorie: formazione, ricerca, numero di citazioni, internazionalizzazione, trasferimento tecnologico e di conoscenze verso il sistema industriale. Per ogni categoria, gli analisti hanno individuato una serie di ulteriori indicatori. Si è arrivati alla classifica finale tenendo conto anche del dimensionamento degli atenei e del contesto nazionale di riferimento, per rendere più omogenea possibile la valutazione, in riferimento alle differenze che intercorrono da un sistema universitario all'altro. Gli "standard rigorosi", come li ha definiti il direttore editoriale di Times Higher Education, Phil Baty, sono stati integrati dai prerequisiti di valutazione per ciascuna delle mille università prese in esame, come il numero di pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali. "Sant'Anna e Normale, a fronte di valutazioni generalmente positive nei cinque macro indicatori - sottolinea ancora la nota degli atenei toscani - hanno trovato uno dei punti di forza nella qualità della ricerca, con particolare attenzione per il numero di citazioni delle pubblicazioni dei loro docenti e ricercatori".

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