Congresso Esmo (Madrid): tutti gli approfondimenti

Oncologia | Redazione DottNet | 11/09/2017 14:02

Dalla scala Esmo, ai nuovi farmaci, tutte le novità presentate al convegno degli oncologi

Una scala misura i benefici dei farmaci innovativi

Una scala aggiornata per 'misurare' i benefici dei nuovi farmaci oncologici e delle terapie più all'avanguardia rispetto ai trattamenti standard. Uno strumento di lavoro che potrebbe risultare molto utile agli oncologi ma anche alle Agenzie regolatorie: è la 'Magnitude of clinical benefit scale' messa a punto dalla società europea di oncologia medica (Esmo) presentata in occasione del congresso Esmo di Madrid. E' questa è stata una delle principali novità del congresso, che ha visto la partecipazione di oltre 22.000 specialisti da 131 Paesi, con piu' di 3.200 lavori. Il presidente Esmo Fortunato Ciardiello spiega "La nuova Scala Esmo è stata studiata per la valutazione del beneficio dei nuovi farmaci approvati dall'Agenzia Europea Ema: "la nuova scala - chiarisce Ciardiello - considera l'efficacia e la tollerabilità dei farmaci ma non il costo. In alcuni Paesi come l'Austria è anche utilizzata per decidere se è opportuno o meno prevedere la rimborsabilità di un nuovo medicinale e ciò in base, appunto, ad una valutazione precisa del beneficio misurato, sulla base di un punteggio che va da uno a cinque". Può cioè, afferma "essere un importante strumento di lavoro per gli oncologi, perché da a loro una maggiore consapevolezza sull'efficacia dei farmaci nuovi, ma anche uno strumento di valutazione per le Agenzie dei vari Paesi per decidere proprio la rimborsabilità delle cure innovative". Se ad esempio un farmaco ha un valore pari ad uno sulla scala, rileva, "allora vorrà dire che la sua efficacia è specifica per un particolare e limitato gruppo di pazienti; se ha invece un valore pari a cinque, la sua efficacia è più ampia ed in questo caso - conclude il presidente Esmo - si potrebbe dunque valutarne la rimborsabilità più allargata rispetto alla platea complessiva dei pazienti".

Biopsia liquida per cancro colon, premiato italiano Alberto Bardelli

La biopsia liquida come nuova strada per un trattamento innovativo del tumore del colon, con la possibilità di 'tarare' e modificare la terapia seguendo l'evoluzione del tumore stesso. Uno dei maggiori esperti in questo settore è il direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare dell'Istituto per la Ricerca e la Cura del Cancro di Candiolo (Torino), Alberto Bardelli: a lui è stato assegnato il prestigioso Premio per la Ricerca Traslazionale della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo). E' la prima volta che l'importante riconoscimento internazionale, istituito 18 anni fa, viene attribuito a un ricercatore italiano. Bardelli è stato premiato per il contributo delle sue ricerche sulla biopsia liquida e nella motivazione del premio si afferma che Bardelli, professore ordinario del Dipartimento di Oncologia dell'Università di Torino, "è un genetista di fama mondiale nell'ambito della medicina di precisione. Il suo lavoro innovativo sulle biopsie liquide ha aperto la strada per ottimizzare le diagnosi e le opzioni di trattamento per i pazienti affetti da cancro del colon retto e lo ha reso uno degli scienziati più insigni nel campo della ricerca traslazionale". Il premio Esmo, afferma Bardelli, "mi stimola ad avvicinarmi ancor più alle esigenze cliniche dei pazienti. Mi occupo della biopsia liquida dal 2009 ed è molto gratificante vedere come si siano tradotti in nuove applicazioni cliniche i nostri sforzi per definire in che modo le alterazioni genomiche provochino i tumori e come le mutazioni oncogeniche influenzino la capacita' delle cellule tumorali di diventare resistenti ai farmaci". La biopsia liquida consiste nell'esame del dna delle cellule tumorali circolanti nel flusso sanguigno: "Nell'ambito delle sperimentazioni cliniche stiamo già utilizzando la biopsia liquida, con cadenza quindicinale, per monitorare i pazienti con cancro al colon metastatico, con grandi vantaggi e proprio in questi giorni - annuncia Bardelli - è partito lo studio KRONOS, la prima sperimentazione clinica in cui il trattamento dei pazienti con cancro al colon metastatico è basato proprio sulla biopsia liquida. Durerà un anno e mezzo e si tratta di un notevole passo avanti a beneficio dei malati". Oggi, infatti, chiarisce, "si effettua la tac per valutare se un tumore è in progressione, ma la tac ci dice solo che il tumore si ingrandisce e non il perchè". La biopsia liquida, invece, precisa l'esperto, "ci fa capire quale tipo di resistenza si stia sviluppando al farmaco utilizzato e questo per il cancro al colon è fondamentale, poichè per 4 pazienti su 10, con un certo tipo di resistenza, è possibile optare per farmaci alternativi". Dunque, grazie alla biopsia liquida, conclude Bardelli, "si può monitorare l'andamento della malattia ogni 15 giorni e c'è la possibilità di identificare la terapia più giusta da fare successivamente, evitando l'irradiazione delle tac".

Tumore al seno,anche se piccoli nel 25% dei casi è meglio la chemio

Piccoli ma pericolosamente aggressivi in un caso su 4. Un nuovo studio presentato al congresso della Società europea di oncologia (Esmo) dimostra infatti che anche i tumori al seno di dimensioni ridotte possono avere un'alta aggressività nel 25% dei casi e quindi, contrariamente a quanto si è ritenuto sinora, è consigliabile che le pazienti siano trattate con la chemioterapia pure se il cancro è molto piccolo. "I nostri risultati sfidano l'assunto che tutti i tumori piccoli siano meno pericolosi e non necessitino per questo di una chemio adiuvante, ovvero dopo l'intervento chirurgico", afferma il primo autore dello studio Konstantinos Tryfonidis, ricercatore al Centro Eortc di Bruxelles. Lo studio ha considerato 826 donne con tumore al seno allo stadio iniziale e di grandezza inferiore al centimetro: di queste, 196 presentavano un basso rischio clinico ma un alto rischio genico. Solo una parte delle pazienti è stata quindi trattata con la chemioterapia. E' risultato che, a 5 anni dalla comparsa della malattia, pochissime delle pazienti trattate con la chemio avevano presentato ricadute, mostrando alte percentuali di sopravvivenza libera da metastasi a distanza di molto tempo. Il che conferma, affermano gli esperti, che hanno tratto benefici dalla chemioterapia. "Abbiamo cioè dimostrato che circa 1 paziente su 4 con piccoli tumori al seno è a rischio di metastasi nel lungo termine e trae vantaggi dalla chemio. Ciò ci ha colpito - rileva Fortuna Cardoso, direttore di Senologia al Champalimaud Clinical Center di lisbona - perchè, basandosi sui soli criteri clinici, si direbbe che questi tumori non sono aggressivi e quindi tali pazienti non necessiterebbero della chemio. Tuttavia, il 25% di tali piccoli tumori presenta una biologia ed un profilo genomico aggressivo, il che evidenzia che non tutti i piccoli tumori sono uguali". In altri termini, chiarisce Evandro de Azambuja del Bordet Institute di Bruxelles, "questo studio dimostra che non è solo la dimensione del tumore che è importante nelle pazienti con cancro al seno, ma anche la biologia del tumore. Tutti i tumori esaminati nello studio erano piccoli, meno di 1 centimetro, ed i linfonodi non erano intaccati: questo, in linea di principio, dovrebbe essere un segnale di prognosi buona. Tuttavia, il 25% di tali casi, identificati come ad alto rischio genomico, ha avuto un grande beneficio proprio dalla chemio". Insomma, "i piccoli tumori possono essere molto aggressivi anche se sono classificati a basso rischio clinico e la biologia del tumore - conclude l'esperto - deve essere presa in considerazione quando si decide a quali trattamenti sottoporre le pazienti dopo l'intervento chirurgico".

Le probabilità di ammalarsi di un cancro mammario

La probabilità di ammalarsi di tumore al seno aumenta esponenzialmente sino agli anni della post-menopausa (50 - 69) e poi diminuisce dopo i 70 anni. Il 5-7% dei casi risulta legato a fattori ereditari, 1/4 dei quali determinati dalla mutazione di due geni, BRCA-1 e/o BRCA-2. Nelle donne portatrici di mutazioni del gene BRCA-1 il rischio di ammalarsi nel corso della vita di carcinoma mammario è pari al 65% e nelle donne con mutazioni del gene BRCA-2 è pari al 40%. -Incidenza- Si stima che nel 2016 siano stati diagnosticati in Italia 50.200 nuovi casi di carcinoma della mammella nelle donne.

Mortalità: Anche per il 2013, il carcinoma mammario ha rappresentato la prima causa di morte oncologica nelle donne, con 11.939 decessi (i decessi fra gli uomini sono stati 133 - fonte ISTAT).

Sopravvivenza: La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, indipendentemente da altre patologie, in Italia è pari all'87%. -

Prevalenza: Complessivamente in Italia vivono 692.955 donne che hanno avuto una diagnosi di carcinoma mammario, pari al 41% di tutte le donne che convivono con una pregressa diagnosi di tumore e pari al 23% di tutti i casi prevalenti (uomini e donne).

La mammografia può salvare la vita riducendo in modo significativo la mortalità per cancro al seno, ma sono ancora troppe le donne italiane che non aderiscono al test: al sud solo una su 5, infatti, effettua l'esame. Dal congresso della Società europea di oncologia (Esco) a Madrid, gli oncologi lanciano un appello: "Se la malattia è identificata in fase precoce le guarigioni superano il 90%, per questo è fondamentale aderire allo screening mammografico, che andrebbe esteso fino ai 74 anni".    Nel 2015 circa 3.162.000 italiane sono state invitate a eseguire la mammografia, ma solo il 55% ha aderito (1.728mila).    Preoccupa in particolare la differenza fra Nord (63%), Centro (56%) e Sud (36%). Lo screening nelle donne dai 50 ai 69 anni "ha contribuito in maniera determinante a ridurre la mortalità per cancro del seno nell’ultimo ventennio, con una diminuzione costante e statisticamente significativa (-1,9% anno) – spiega Stefania Gori, presidente eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. E il test, attualmente raccomandato con cadenza biennale alle donne fra i 50 e i 69 anni, dovrebbe essere esteso fino a 74 anni. Oggi solo alcune Regioni tra cui Emilia-Romagna e Piemonte hanno ampliato in maniera strutturata la fascia d’età da coinvolgere nei programmi di screening". Nel 2015 il numero di donne invitate a eseguire l’esame è aumentato di quasi il 14% rispetto all’anno precedente. E i risultati evidenziano che grazie a questo test nel 2012-13 sono stati identificati più di 13.000 carcinomi. Nel 2016 sono stati stimati in Italia "circa 50.200 nuovi casi di tumore del seno e 692.955 donne vivono dopo la diagnosi – rileva Gori -.    L’innovazione prodotta dalla ricerca ha permesso di raggiungere risultati importanti. Oggi l’87% delle persone colpite da questa malattia nel nostro Paese guarisce, una percentuale superiore alla media europea (81,8%) e se si interviene ai primissimi stadi, le guarigioni superano il 90%". Le evidenze scientifiche, sottolinea inoltre l'oncologa, dimostrano che nelle donne ad alto rischio per importante storia familiare o perché portatrici della mutazione di un particolare gene, BRCA1 o BRCA-2, i controlli dovrebbero iniziare a 25 anni d’età seguendo protocolli diagnostici ben precisi. Fortunatamente, precisa, "questi sono però casi particolari, perché la maggior parte delle diagnosi di tumore del seno sotto i 50 anni non è legata a fattori ereditari". Oggi è anche migliorata la durata della sopravvivenza nelle pazienti con patologia in stadio avanzato.    Quanto alle prospettive, "il futuro sarà sempre più rivolto alla personalizzazione delle terapie per colpire la singola neoplasia del singolo paziente. È ormai infatti improprio parlare di tumore del seno: si deve utilizzare il plurale, perché le differenze biologiche sono tali da configurare vere e proprie patologie diverse, ma oggi si stanno aprendo prospettive importanti - conclude l'esperta - anche grazie all’immuno-oncologia che ha già dimostrato di essere efficace nel melanoma, nel tumore del polmone e del rene stimolando il sistema immunitario contro le cellule malate".

Tumore al rene, con l'immunoterapia migliora la sopravvivenza

La combinazione di due molecole immunoterapiche, nivolumab e ipilimumab, è efficace nel trattamento del carcinoma renale avanzato o metastatico in prima linea, ovvero in pazienti non trattati precedentemente. Gli importanti risultati sono evidenziati nello studio di fase III CheckMa214 che è stato interrotto anticipatamente. Lo studio, presentato al congresso europeo di oncologia Esmo 2017, ha infatti dimostrato che la combinazione di nivolumab e ipilimumab ha determinato una sopravvivenza globale superiore rispetto alla terapia standard, in pazienti a rischio intermedio e sfavorevole. Sulla base di tali risultati, un Data Monitoring Committee ha raccomandato l'interruzione anticipata dello studio. "È la prima volta nella storia degli studi effettuati in questa combinazione che viene interrotto in anticipo uno studio sul tumore del rene, proprio per l'enorme impatto dei risultati raggiunti grazie a questa combinazione - afferma il prof. Giacomo Cartenì, Direttore dell'Oncologia Medica dell'Ospedale Cardarelli di Napoli -. Nel 2016, in Italia sono state stimate 11.400 nuove diagnosi di tumore del rene. Un terzo dei pazienti arriva alla diagnosi in stadio avanzato metastatico e in un terzo la malattia si sviluppa nella forma metastatica dopo l'intervento chirurgico. Quindi solo il 30% dei casi guarisce grazie alla sola chirurgia. La disponibilità della combinazione di nivolumab e ipilimumab per il trattamento in prima linea della malattia metastatica potrebbe rappresentare dunque un notevole passo avanti".

Tumore allo stomaco, l'immunoterapia apre una nuova fase contro la malattia

Si apre grazie a un farmaco immunoterapico una nuova fase nella lotta al tumore allo stomaco. Una molecola che si è già dimostrata efficace contro la patologia, il pembrolizumab, si è rivelata tale anche nel trattamento della malattia in fase avanzata, con una riduzione significativa della massa tumorale specialmente nei pazienti PD-L1 positivi (PD-L1 è la proteina 'bersaglio' del farmaco). Questi i risultati delle tre coorti dello studio Keynote-059, presentate al congresso degli oncologi europei Esmo. Lo studio ha incluso pazienti affetti da adenocarcinoma dello stomaco o della giunzione gastro-esofagea metastatico dividendoli in tre coorti: una con pazienti pretrattati con chemioterapia e due con pazienti non sottoposti al trattamento. "I risultati dello studio KEYNOTE-059 confermano l'efficacia di pembrolizumab nel trattamento del tumore dello stomaco - afferma il prof. Alfredo Falcone, direttore Oncologia medica all'Università di Pisa -. Si tratta di una neoplasia che colpisce ogni anno 13mila italiani e per la prima volta negli ultimi 15 anni si registrano reali passi in avanti nel trattamento della patologia. L'immunoterapia apre quindi un'altra prospettiva che va ad integrarsi ai trattamenti che già utilizziamo". "Questi risultati in diverse linee di terapia nel tumore dello stomaco e della giunzione gastro-esofagea continuano a supportare il potenziale di pembrolizumab, e di PD-L1 come biomarcatore, in pazienti con questa malattia in stadio avanzato - ha aggiunto il dott. Roger Dansey, senior vice president and therapeutic area head, oncology late-stage development, Merck Research Laboratories. - Siamo incoraggiati dalle risposte osservate nei pazienti pesantemente pretrattati e guardiamo con fiducia alle prossime analisi dei dati sui pazienti non sottoposti al trattamento". 

Glioblastoma, efficacia del Regorafenib

È stato presentato il risultato di Fase II dello studio Regoma, un trial multicentrico randomizzato in pazienti con glioblastoma, ideato e progettato dall’Istituto Oncologico Veneto-IRCCS. Giuseppe Lombardi (specialista tumori cerebrali, Oncologia Medica 1, IOV-IRCCS) ha illustrato i risultati raggiunti durante una sessione plenaria, parlando di “ottimi e incoraggianti dati per un farmaco, Regorafenib, che si è dimostrato superiore rispetto alla terapia standard (lomustina) in termini di aumento della sopravvivenza in pazienti con GBM recidivati dopo radioterapia e temozolomide”. Lo studio (che porta la firma anche di Vittorina Zagonel, Gian Luca De Salvo, Stefano Indraccolo, Eleonora Bergo, Ardi Pambuku ed Eleonora Bergo, tutti clinici e ricercatori dello IOV) ha coinvolto 119 pazienti in dieci centri italiani nel periodo novembre 2015-febbraio 2017 ed ha mostrato una Progression Free Survival a sei mesi di 15,5% contro 8,3% della terapia standard. Ora Regoma entrerà in una più ampia fase III randomizzata, periodo nel quale i livelli di efficacia del Regorafenib verranno ulteriormente testati. Il commento finale di Giuseppe Lombardi, al termine della presentazione all’Esmo: “Ci troviamo di fronte a risultati ottimi offerti dalla fase II di Regoma per una patologia che ad oggi è assolutamente orfana di trattamenti. Lo IOV in questo modo conferma di avere capacità scientifica, clinica e organizzativa per portare avanti studi in aree terapeutiche complesse e dimenticate, creando una rete virtuosa su tutto il territorio nazionale a tutto vantaggio dei pazienti e della comunità medica”.

Tumore della vescica, l'immunoterapia riduce il rischio di morte del 30%

L'immunoterapia, migliora la sopravvivenza dei pazienti con cancro alla vescica con una riduzione del rischio di morte pari al 30%. Ad evidenziare l'efficacia della molecola immunoterapica prembolizumab sono i dati aggiornati dello studio di fase III 'Keynote-045', presentati al Congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo).    Nel 2016 in Italia sono stati stimati 23.940 nuovi casi di carcinoma uroteliale, il tipo più frequente di tumore della vescica. Pembrolizumab continua a mostrare un miglioramento significativo della sopravvivenza globale rispetto alla chemioterapia. Lo studio ha valutato 542 pazienti con carcinoma uroteliale avanzato o metastatico con progressione della malattia durante o dopo chemioterapia. A un follow up di 22,5 mesi la sopravvivenza globale mediana era di 10,3 mesi rispetto a 7,4 mesi con la chemioterapia. Nei pazienti trattati con pembrolizumab è stata evidenziata una riduzione del 30% del rischio di morte e nei pazienti i cui tumori esprimono il particolare recettore, PD-L1, l'analisi ha mostrato una riduzione del rischio di morte del 42%. "Questi dati - afferma Sergio Bracarda, Direttore dell'Oncologia Medica di Arezzo e del Dipartimento Oncologico dell'Azienda USL Toscana SUDEST - confermano l'efficacia associando al vantaggio in sopravvivenza anche una buona tollerabilità, particolarmente rilevante in una popolazione spesso caratterizzata da età elevata e/o altre patologie. Sarà molto importante continuare a verificare l'andamento nel tempo di questi dati per cercare di capire quanti dei casi trattati potranno aspirare ad una cronicizzazione di malattia. La buona tollerabilità osservata è, inoltre, un buona premessa per possibili combinazioni con altri farmaci". L'EMA (Agenzia Europea per i Medicinali) ha recentemente approvato pembrolizumab per il trattamento di pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico.

Tumori: il grasso addominale è un fattore di rischio dopo la menopausa

Il grasso concentrato nella zona addominale è un fattore chiave per lo sviluppo del cancro nelle donne in post menopausa: la distribuzione del grasso nel tronco è dunque più importante del peso corporeo come fattore di rischio per i tumori in questa fascia di popolazione. Lo dimostra uno studio danese presentato al Congresso della Società europea di oncologia (Esmo).    Quando si valuta il rischio cancro, indica la ricerca, l'indice di massa corporea e la percentuale di grasso possono dunque non essere misurazioni adeguate poiché non valutano la distribuzione della massa grassa. Al contrario, "evitare l'obesità nella parte centrale del tronco può conferire la migliore protezione", rileva lo studio. I dati derivano dal 'Prospective Epidemiologic risk factor study' danese, finalizzato ad una migliore comprensione del rischio di malattie in relazione all'età nelle donne in post menopausa. Sono state considerate 5.855 donne di età media pari a 71 anni, seguite per 12 anni e sottoposte a raggi x per valutare la composizione del grasso corporeo. Usando quindi le informazioni dei Registri nazionali dei tumori, lo studio ha evidenziato in questa fascia di popolazione 811 tumori solidi comparsi nell'arco degli anni, in particolar modo il cancro al polmone. Fattori di rischio ulteriori erano l'età avanzata, l'aver effettuato terapie ormonali sostitutive ed il fumo. La menopausa, affermano i ricercatori, "determina cambiamenti nel corpo e favorisce la concentrazione del grasso proprio nella parte centrale del tronco. Per questo le donne in questa fascia di età dovrebbero prestare molta attenzione agli stili di vita". Lo studio evidenzia inoltre come anche l'aumento di insulina, collegato ad un consumo eccessivo di carboidrati semplici (patata e riso), determini un accumulo di grasso specificamente viscerale e addominale". Fondamentale dunque, avvertono gli oncologi, l'intervento sulle pazienti obese: oltre alla perdita di grasso attraverso esercizio fisico e dieta, conclude lo studio, è però da "valutare anche il ruolo potenziale di un farmaco antidiabete, la metformina, che può contenere gli effetti dell'insulina e contribuire alla prevenzione del cancro".

Tumori: alectinib riduce rischio di progressione e morte nel carcinoma polmonare 

Presentati al congresso dell・European Society for Medical Oncology (ESMO) i risultati dello studio di fase III, ALUR, che mostrano come alectinib sia in grado di ridurre significativamente il rischio di progressione della malattia o morte (sopravvivenza libera da progressione, PFS) dell・85% rispetto alla chemioterapia, nei pazienti affetti da NSCLC avanzato ALK-positivo andati incontro a progressione durante il trattamento con chemioterapia a base di platino e crizotinib (hazard ratio [HR] = 0,15, IC al 95%: 0,08-0,29, p < 0,001).

La PFS mediana riportata dagli sperimentatori, endpoint primario dello studio, ・ stata di 9,6 mesi nei pazienti trattati con alectinib (IC al 95%: 6,9-12,2) e a 1,4 mesi (IC al 95%: 1,3-1,6) in quelli sottoposti a chemioterapia.

La PFS mediana valutata da un comitato di revisione indipendente (IRC), uno degli endpoint secondari, ・ stata di 7,1 mesi nei pazienti trattati con alectinib e a 1,6 mesi in quelli sottoposti a chemioterapia (HR = 0,32, IC al 95%: 0,17-0,59; p < 0,001).

Il profilo di sicurezza di alectinib ・ risultato coerente con quello osservato negli studi precedenti.

I risultati sorprendentemente positivi emersi dallo studio ALUR su molteplici endpoint confermano ulteriormente l・efficacia di alectinib in questa patologia・, ha dichiarato Sandra Horning, MD, Chief Medical Officer e Head of Global Product Development di Roche. ・Auspichiamo che questi dati potranno contribuire a favorire il rapido accesso di alectinib per il trattamento dei pazienti affetti da carcinoma polmonare ALK-positivo・.

Lo studio ALUR, inoltre, ha dimostrato:

  • Un tasso di risposta globale (ORR) pari al 36,1% con alectinib, control・f11,4% raggiunto dalla chemioterapia (IC al 95% 0,05-0,43).
  • Un ORR a livello del sistema nervoso centrale (SNC) nei pazienti con malattia misurabile, pari al 54,2% con alectinib, contro lo 0% ottenuto con la chemioterapia (IC al 95% 0,23-0,78).
  • Un tasso di controllo della malattia pari all・f80,6% con alectinib, contro il 28,6% con la chemioterapia (IC al 95% 0,33-0,69).
  • Una durata mediana della risposta (DOR) pari a 9,3 mesi con alectinib (IC al 95% 6,9-non stimabile [NE]), contro 2,7 mesi con la chemioterapia (IC al 95% NE).
  • Gli eventi avversi (AE; tutti i gradi) hanno interessato il 77,1% dei pazienti trattati con alectinib, control・f85,3% di quelli sottoposti a chemioterapia, con AE di grado 3-5 rispettivamente nel 27,1% e nel 41,2% dei pazienti. Nel braccio di studio con chemioterapia è stato osservato un AE fatale, mentre nel braccio alectinib non si è osservato alcun evento di questo tipo.
  • Nel 10% dei pazienti del braccio con alectinib si sono manifestati AE che hanno comportato l・finterruzione del trattamento o la riduzione della dose, contro il 20,6% dei pazienti del braccio con chemioterapia.

Alectinib è approvato in monoterapia per i pazienti affetti da NSCLC ALK-positivo con progressione o intolleranza a crizotinib negli Stati Uniti, Europa, Kuwait, Israele, Hong Kong, Canada, Corea del Sud, Svizzera, India, Australia, Singapore, Thailandia e Taiwan. Alectinib è anche approvato in Giappone per il trattamento dei pazienti con tumori avanzati, ricorrenti o che non hanno potuto essere completamente rimossi mediante chirurgia (non resecabili).

Negli Stati Uniti, a dicembre del 2015, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha accordato ad alectinib l・fapprovazione accelerata (Breakthrough Therapy Designation) per il trattamento dei pazienti con NSCLC ALK-positivo con progressione o intolleranza a crizotinib.

Lo studio ALUR

ALUR (NCT02604342) è uno studio di fase III randomizzato, multicentrico e in aperto disegnato per valutare l・fefficacia e la sicurezza di alectinib rispetto alla chemioterapia (pemetrexed o docetaxel) in pazienti affetti da NSCLC ALK-positivo trattati precedentemente con chemioterapia a base di platino e crizotinib. I pazienti sono stati randomizzati (2:1) al trattamento con alectinib o chemioterapia. L・fendpoint primario dello studio ALUR è la PFS, mentre quelli secondari sono la sopravvivenza globale (OS), l・fORR nel SNC nei pazienti con metastasi cerebrali misurabili al basale e il tempo mediano alla progressione a livello del SNC. Lo studio multicentrico è stato condotto su 107 pazienti in 15 Paesi.

Alectinib

Alectinib (RG7853/AF-802/RO5424802/CH5424802) è un farmaco orale altamente selettivo, attivo oltre che a livello sistemico anche a livello cerebrale ideato da Chugai Kamakura Research Laboratories e in fase di sviluppo per il trattamento dei pazienti con NSCLC ALK-positivi. L・fNSCLC ALK-positivo si manifesta spesso nei pazienti più giovani che hanno un passato da ・gfumatori leggeri・h o nessuna storia di tabagismo, e viene quasi sempre riscontrato in coloro che presentano una forma specifica di NSCLC chiamata adenocarcinoma. Alectinib è attualmente approvato in Stati Uniti, Europa, Kuwait, Israele, Hong Kong, Canada, Corea del Sud, Svizzera, India, Australia, Singapore, Thailandia e Taiwan per il trattamento di soggetti affetti da NSCLC ALK-positivo avanzato (metastatico) andati incontro a progressione dopo la somministrazione di crizotinib o intolleranti al farmaco.Alectinib è approvato anche in Giappone per il trattamento di pazienti affetti da NSCLC ALK-positivo.

Tumore al Polmone, benefici dalla radiochemioterapia

  • I risultati dello studio di Fase III PACIFIC hanno dimostrato un beneficio statisticamente significativo e clinicamente rilevante in termini di sopravvivenza libera da progressione (PFS) nei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule, localmente avanzato (Stadio III) non resecabile, che hanno ricevuto il trattamento  standard  di radiochemioterapia, un  setting  clinico dove attualmente non ci sono trattamenti approvati.
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  • I risultati dello studio FLAURA di Fase III hanno dimostrato un beneficio statisticamente significativo e clinicamente rilevante in termini di sopravvivenza libera da progressione (PFS) di osimertinib, rispetto allo standard di cura attuale con erlotinib e gefitinib, nel trattamento di prima linea dei pazienti precedentemente non trattati con tumore al polmone non a piccole cellule localmente avanzato o metastatico positivo per la mutazione del recettore del fattore di crescita dell’epidermide (EFGRm).

Jamie Freedman,  executive vice president,  head  della  business unit  Oncologia di AstraZeneca, ha dichiarato: "La superiorità del trattamento di prima linea con osimertinib nello studio FLAURA e i potenziali dati di durvalumab dello studio PACIFIC rinforzano il nostro importante contributo nello sviluppo di farmaci per i pazienti con tumore al polmone che si trovano in stadi diversi. Siamo inoltre orgogliosi di condividere con la comunità medica i nostri progressi per andare incontro ai bisogni dei pazienti con altri tipi di tumori difficili da trattare, inclusi quelli dell’ovaio in stadio avanzato, della mammella e del distretto testa collo". Oltre alle due presentazioni durante il simposio presidenziale, i dati presentati all’ESMO dimostrano il forte impegno di AstraZeneca di sviluppare trattamenti innovativi per il tumore al polmone:

  • I dati di sopravvivenza globale di osimertinib dallo studio AURA di Fase II nei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule avanzato, positivo per la mutazione T790M dell’EGFR (Abstract #1348P)
  • I dati di PFS e le risposte a livello del sistema nervoso centrale (CNS) di osimertinib nei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule positivo per la mutazione T790M dell’EGFR nella regione dell’Asia del Pacifico (AURA17) (Abstracts #1331P, 1353P e 1354P)
     

AstraZeneca nell'ambito dei tumori femminili.

I dati emergenti degli studi su olaparib, fulvestrant, nuovi potenziali farmaci e combinazioni nell’ambito dei tumori femminili, includeranno:

  • I dati più recenti relativi all’efficacia e alla qualità di vita dello sudio di Fase III OlympiAD di olaparib rispetto alla chemioterapia nei pazienti con tumore alla mammella metastatico HER2-negativo e mutazione germinale BRCA (Abstract #243PD e 290P)
  • I dati dello studio di Fase III del SOLO-2 sulla terapia di mantenimento con olaparib per le pazienti con carcinoma ovarico platino sensibile recidivato (Abstract #932PD)
     

I trattamenti del tumore testa-collo.

AstraZeneca presenterà maggiori evidenze sull’efficacia e la sicurezza di durvalumab e le potenzialità della sua strategia di combinazione nell’ambito del tumore del distretto testa collo, incluse le presentazioni orali su:

  • I dati preliminari dello studio di Fase II HAWK su durvalumab nel carcinoma a cellule squamose del distretto testa collo (HNSCC) ricorrente/metastatico (Abstract #10420).
  • La sicurezza, la tollerabilità e l’attività anti-tumorale nello studio SCORES di Fase Ib/II su durvalumab in combinazione con l’inibitore di STAT3, AZD9150, o l’inibitore di CXCR2, AZD5069 nei pazienti con HNSCC (Abstract #1049PD)

Tumore al polmone, funziona il mix chemio e immunoterapia: riduzione del 40% del rischio morte a 18 mesi

Contro il tumore al polmone, uno dei più temibili 'big killer', funziona la combinazione tra chemioterapia e immunoterapia, mirata quest'ultima a risvegliare il sistema immunitario contro le cellule cancerose: a 18 mesi, più del 50% dei pazienti risponde infatti alla combinazione di chemio ed il farmaco immunoterapico prembolizumab, con una riduzione del rischio di morte di oltre il 40%. E' il risultato dello studio Keynote-021g presentato al congresso della Società europea di oncologia (Esmo), dove proprio il cancro al polmone è stato uno dei maggiori protagonisti e varie sono le novità terapeutiche presentate. La combinazione della molecola immunoterapica con la chemioterapia, in prima linea (ovvero come prima terapia effettuata), evidenzia lo studio, determina un incremento nella sopravvivenza libera da progressione di malattia rispetto alla sola chemio, e con una media di 18.7 mesi di follow-up più della metà dei pazienti hanno risposto alla terapia. Ad essere trattati sono stati pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) non squamoso. In una patologia come il tumore polmonare in stadio avanzato, afferma Silvia Novello, ordinario di Oncologia Medica all'Università di Torino, "avere una conferma di superiorità di efficacia a più di 18 mesi è un risultato indubbiamente importante. Più della metà dei pazienti in trattamento con la combinazione risponde alla terapia rispetto ad un terzo circa della popolazione trattata con la sola chemioterapia. Ma i dati sicuramente più eclatanti sono l'ulteriore riduzione del rischio di progressione e di morte di oltre il 40%. Inoltre, il dato di efficacia non viene inficiato da una maggiore tossicità. Sicuramente questi dati necessitano di una validazione con lo studio di fase III, ma son si tratta di dati sicuramente eclatanti" e "si continua a osservare un trend di miglioramento nella sopravvivenza globale per questi pazienti rispetto alla sola chemioterapia".

Tumor al polmone,un malato su cinque è vivo a 3 anni con l'immunoterapia

L'immunoncologia conferma nel tumore del polmone gli importanti risultati già raggiunti nel melanoma. la molecola immunoterapica nivolumab è infatti in grado di triplicare e raddoppiare il numero di pazienti vivi a 3 anni, ovvero 1 su 5, rispetto alla chemioterapia rispettivamente nell'istologia squamosa e non squamosa.. Lo studio CheckMate -017 ha coinvolto 272 pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule squamoso: a tre anni il 16% dei pazienti trattati con nivolumab (uno su 6) era vivo rispetto al 6% con la chemio. E nello studio CheckMate -057, che ha coinvolto 582 persone con la forma non squamosa della malattia, il 18% era vivo dopo 36 mesi (cioè un paziente su 5), raddoppiando così la percentuale rispetto alla chemioterapia (9%). Nel nostro Paese nel 2016 sono state registrate 41.300 nuove diagnosi di tumore del polmone (27.800 uomini e 13.500 donne). "L'Italia ha ricoperto un ruolo di primo piano in questi studi perché abbiamo arruolato il maggior numero di pazienti, circa il 10% del totale - spiega Marina Garassino, responsabile della Struttura Semplice di Oncologia Medica Toracico Polmonare presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale di Tumori di Milano -. Oggi possiamo parlare di cronicizzazione della malattia. Queste persone non solo vivono a lungo termine, ma hanno anche un'ottima qualità di vita, risultati impensabili prima dell'introduzione dell'immuno-oncologia. Solo il 15% dei casi di tumore del polmone riguarda i non fumatori, che di solito presentano mutazioni genetiche e possono essere trattati con farmaci a bersaglio molecolare. Ma l'85% delle diagnosi interessa i tabagisti, che non sono caratterizzati da queste alterazioni e non disponevano fino a pochi anni fa di alcuna arma realmente efficace". La ricerca italiana si distingue a Madrid anche per 5 presentazioni relative a nivolumab utilizzato nella pratica clinica quotidiana - continua Garassino -. Si tratta di dati 'real life', relativi cioè a pazienti non selezionati come avviene invece negli studi clinici. Sono state coinvolte quasi 1600 persone, in alcuni casi in condizioni particolarmente critiche perché molto anziane o con metastasi cerebrali. I dati 'real life' confermano l'efficacia, la sicurezza e la tollerabilità della molecola anche in queste categorie di pazienti". "Il trattamento del tumore del polmone - conclude la dott.ssa Garassino - è indirizzato sempre più verso la personalizzazione della terapia, anche grazie all'utilizzo dei biomarcatori. Fra i vari fattori un ruolo in questo senso potrà essere svolto in futuro dal tumor mutational burden: si basa sul principio che quanto più la cellula tumorale si differenzia da quella normale tanto maggiore è la possibilità che il sistema immunitario la riconosca come estranea e quindi si attivi per contrastarla".

Tumori: presentati i primi dati per il trattamento adiuvante del melanoma

Lo studio ha valutato due coorti composte da pazienti con melanoma rispettivamente in stadio IIC-IIIB (coorte 1) e in stadio IIIC (coorte 2). Nei pazienti affetti da melanoma in stadio IIIC (coorte 2), lo studio non ha soddisfatto l’endpoint primario, che aveva come obiettivo la riduzione in misura significativa del rischio di recidiva (sopravvivenza libera da malattia; DFS). Nei pazienti in stadio IIC-IIIB (coorte 1) è stata registrata una riduzione del rischio di recidiva del 46%. Il profilo di sicurezza è risultato compatibile con quello osservato negli studi precedenti condotti su vemurafenib nel melanoma avanzato.

  • I pazienti della coorte 2 trattati con vemurafenib hanno evidenziato una DFS mediana pari a 23,1 mesi, contro i 15,4 mesi osservati con il placebo (HR = 0,80; IC al 95% 0,54-1,18, p = 0,2598).
  • Per quanto riguarda i pazienti della coorte 1, quelli trattati con vemurafenib non hanno ancora raggiunto la DFS mediana a dimostrazione dell’efficacia del farmaco, mentre quest’ultima si è attestata a 36,9 mesi con il placebo (HR = 0,54; IC al 95% 0,37-0,79). Per via del disegno statistico predefinito dello studio, i risultati della coorte 1 non possono essere analizzati formalmente per la significatività

Anche se i risultati ottenuti nei pazienti con melanoma in stadio IIIC non sono stati quelli sperati, la riduzione del rischio di recidiva ottenuta nei soggetti con malattia in stadio IIC-IIIB è incoraggiante e suggerisce che vemurafenib potrebbe svolgere un ruolo importante in un contesto precoce di malattia”, ha dichiarato Sandra Horning, MD, Chief Medical Officer e Head of Global Product Development di Roche. “Al momento stiamo valutando in modo approfondito i dati integrali dello studio e abbiamo in programma di discuterli con le autorità sanitarie internazionali”.

 

BRIM8

Il BRIM8 è uno studio di Fase III multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, a due coorti e controllato con placebo, disegnato per esaminare il profilo di efficacia e sicurezza di vemurafenib per il trattamento adiuvante dei pazienti con melanoma positivo per la mutazione di BRAF V600 resecato in toto ed esposti ad un alto rischio di recidiva. L’endpoint primario era la sopravvivenza libera da malattia (disease free survival -DFS). Lo studio è stato valutato positivamente per la procedura di Special Protocol Assessment. Il disegno sperimentale prevedeva due coorti con un’analisi gerarchica, in base alla quale la coorte 2 doveva soddisfare l’endpoint primario prima dell’analisi della coorte 1. I soggetti della coorte 1 erano affetti da melanoma in stadio IIC, IIIA o IIIB resecato in toto, mentre quelli della coorte 2 da melanoma in stadio IIIC resecato in toto. Nello studio, 498 pazienti sono stati randomizzati al trattamento orale con vemurafenib 960 mg o placebo due volte al giorno per 52 settimane.

Melanoma: con l'immunoterapia il 58%  dei pazienti è vivo a 3 anni

L'Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale di Napoli ha arruolato il maggior numero di pazienti in due importanti studi presentati al Congresso della Società europea di oncologia (ESMO). E per la prima volta grazie alla combinazione di due molecole immunoterapiche, nivolumab e ipilimumab, il 58% dei pazienti è vivo a 3 anni, aprendo così la strada alla possibilità di cronicizzare la malattia in più della metà dei casi.    La conferma dell'efficacia della combinazione nivolumab e ipilimumab arriva dallo studio CheckMate-067 (945 persone coinvolte). Il "58% dei pazienti trattati con la combinazione è vivo a tre anni, si tratta di un dato senza precedenti che rende concreta la possibilità di cronicizzare il melanoma. Inoltre a tre anni - spiega Paolo Ascierto, Presidente della Fondazione Melanoma e Direttore Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative del Pascale - il 59% dei pazienti trattati con la combinazione era libero dalla necessità di ulteriori terapie". Presentato a Madrid anche lo studio CheckMate-238, appena pubblicato sul New England Journal of medicine, che dimostra che il trattamento precoce con l'immunoncologia può determinare benefici a lungo termine nei pazienti colpiti da questo tumore della pelle. Il trattamento con nivolumab, rileva Ascierto, senior author dello studio, "ha evidenziato una riduzione del rischio di progressione della malattia del 35% rispetto a ipilimumab, la prima molecola immunoncologica approvata. Sono stati arruolati 906 pazienti, di cui 30 a Napoli: tutti con malattia avanzata. Si aprono quindi nuove prospettive nella terapia adiuvante del melanoma, cioè dopo l’intervento chirurgico proprio per ridurre il rischio di recidiva. I tassi di sopravvivenza libera da recidiva a 18 mesi nei gruppi trattati con nivolumab e ipilimumab erano rispettivamente pari al 66,4% e al 52,7%". Nel 2016 in Italia sono state registrate 13.800 nuove diagnosi di melanoma.    L'Istituto partenopeo si è distinto anche per un altro lavoro presentato a Madrid, CheckMate-224020. Sono state coinvolte più di 200 persone colpite da diversi tipi di tumori solidi tra cui il melanoma. In questo caso, la combinazione di nivolumab con relatlimab, una nuova molecola immunoncologica inibitore del recettore LAG-3, spiega Ascierto, "ha permesso di ottenere una tasso di risposte complete pari all’11,35%. Rilevante il ruolo di LAG-3: i pazienti che esprimono questo recettore nel tessuto tumorale presentano risposte decisamente migliori. In particolare il tasso di risposte in questi malati è stato del 18%”.

In 5anni 31 nuovi farmaci disponibili Italia

In 5 anni (2010 - 14) nel mondo sono stati commercializzati 49 nuovi farmaci anticancro. L'Italia ha garantito la disponibilità a 31 di queste molecole innovative, collocandosi al quarto posto a livello mondiale dopo USA (41), Germania (38) e Regno Unito (37). Al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) l'attenzione si è concentrata anche sugli strumenti necessari per consentire l'accesso alle nuove terapie. "I sistemi di rimborsabilità concordati con l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sono un esempio a livello internazionale - spiega Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. E il dato italiano è ancora più rilevante se consideriamo che i sistemi sanitari degli USA e del Regno Unito rispondono a meccanismi diversi e non paragonabili al nostro che è universalistico. Nel 2016 in Italia sono stati stimati 365.800 nuovi casi di tumore: il 63% delle donne e il 54% degli uomini sconfiggono la malattia. Dunque, il costo del cancro a livello mondiale è destinato a crescere in maniera esponenziale: è passato da 84 miliardi di dollari nel 2010 a 113 nel 2016. E si prevede un aumento fino a 150 miliardi nel 2020. I farmaci antineoplastici rappresentano nel nostro Paese la prima categoria terapeutica con un costo di quasi 4,5 miliardi di euro nel 2016. "Il Governo - sottolinea Stefania Gori, presidente eletto AIOM - lo scorso anno ha introdotto uno strumento importante per garantire la sostenibilità, un Fondo di 500 milioni di euro destinato ai farmaci oncologici innovativi. Rilanciamo anche per il 2018 la richiesta di risorse dedicate, che dovrebbero diventare parte integrante di un più ampio 'Patto contro il cancro'. Chiediamo alle Istituzioni un programma ed una regia unici nazionali contro i tumori, che garantiscano una strategia unitaria per combattere la malattia". Oltre All'accesso alle nuove terapie, un capitolo del Patto contro il cancro dovrebbe essere costituito dalla qualità della vita delle persone colpite dalla malattia, che sta diventando un parametro sempre più importante per valutare l'efficacia dei trattamenti. Va ricordata in questo senso la versione italiana dei PROCTCAE: si tratta di un questionario utilizzato nelle ricerche cliniche negli USA e in altri Paesi: il paziente, mediante la sua compilazione segnala in autonomia e in maniera dettagliata gli effetti collaterali delle terapie anti-tumorali. In Italia il progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione di oltre 200 malati in 15 centri oncologici.

L'abstract del congresso

 

 

Fonti: ansa, esmo, roche, astrazeneca, aiom, Keynote, Centro Eortc

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