Dall'Espresso: Cosa succede dalle 7 alle 23

Redazione DottNet | 01/08/2008 10:50

Dal giorno alla notte le funzioni dell'organismo oscillano secondo precise scansioni: varia la temperatura, la performance degli organi, i livelli ormonali. Tenerne conto migliora diagnosi e terapie.

Ore sette, suona la sveglia: c'è chi scatta subito in piedi e chi ci mette dieci minuti solo per aprire gli occhi. In tutti, però, l'organismo è pronto da un pezzo per questo momento. Già da due ore, per esempio, le ghiandole surrenali hanno cominciato a produrre cortisolo, l'ormone dello stress, i cui livelli raggiungono un picco massimo di concentrazione nel sangue tra le sei e le otto del mattino, per aiutarci ad affrontare lo stress del risveglio. Proprio come noi, insomma, anche il corpo è impegnato in mille attività quotidiane che lo modificano di continuo, spesso a nostra insaputa: livelli ormonali che salgono o scendono, variazioni di temperatura e di pressione, organi che diventano più o meno efficienti. Perfino l'altezza cambia. Al risveglio siamo più alti di qualche millimetro, perché la posizione orizzontale tenuta di notte ha permesso alle vertebre di rilassarsi e reidratarsi, facendole distanziare tra loro.

In molti casi questi piccoli o grandi cambiamenti si susseguono con un ritmo della durata di circa 24 ore: un ritmo circadiano. "Non è un caso che sia così. La vita sulla terra si è evoluta sotto l'alternanza di luce e di buio: è inevitabile che gli esseri viventi abbiano finito con l'abituarsi a questo ritmo", afferma la giornalista scientifica Jennifer Ackerman, autrice di 'Sex, sleep, eat, drink, dream - A day in the life in your body' (Houghton Mifflin Company, Boston 2007), affascinante viaggio nella vita quotidiana del corpo umano.

Osservando da vicino e dall'interno il nostro organismo si scopre che, al mattino presto, la temperatura è molto bassa (intorno a 36 C) e basse sono anche la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa, che cominciano a salire appena ci mettiamo in movimento. Al mattino, inoltre, siamo ancora sotto l'effetto dell'acetilcolina, una molecola di segnalazione del sistema nervoso parasimpatico, attiva soprattutto durante la notte: i vasi sanguigni sono piuttosto chiusi e il sangue scorre lentamente, è vischioso e tende a formare coaguli. La scossa del risveglio, l'adrenalina che, in opposizione all'acetilcolina, eccita l'apparato cardiovascolare: questi fattori fanno sì che la probabilità di un infarto o ictus sia più alta al mattino. Ma torniamo al corpo che, poco a poco, si sta mettendo in moto: il metabolismo si attiva e la temperatura comincia a salire, mentre l'apparato digerente si mostra al massimo della sua efficienza. Anche l'intontimento che ci ha accompagnato dopo il risveglio si dissolve e in tarda mattinata siamo al culmine della prontezza intellettuale e della capacità di apprendimento. "Le performance mentali non dipendono solo dal momento della giornata, ma anche da altre variabili: quanto si è dormito la notte prima o che cosa si è mangiato a colazione", racconta Ackerman: "È innegabile che ci sia una variazione circadiana, forse dovuta al variare della temperatura corporea. Temperature più alte, infatti, sembrano influenzare la funzionalità neuronale, accelerando la trasmissione dei segnali nervosi".

Verso l'una lo stomaco comincia a lamentarsi: è l'ora del pranzo. In realtà l'orario dei pasti non dipende da un orologio biologico interno, piuttosto da esigenze fisiologiche. L'organismo sente il bisogno di caricarsi di energie con la colazione, recuperare le forze con il pranzo e riempirsi lo stomaco con la cena per andare a letto sereno. Se i pasti sono regolari, sono essi stessi a dare il tempo ad alcune funzioni: come la secrezione dell'ormone grelina da parte dello stomaco, che avviene circa mezz'ora prima dell'ora abituale del pranzo o della cena per preparare cervello, fegato, reni e pancreas alla digestione. Dopo i pasti, invece, i livelli di grelina crollano. Spesso il pranzo viene accusato di indurre sonnolenza: "Un pasto abbondante, ricco di carboidrati come la pasta, può accentuare la tendenza, ma una certa sonnolenza, con rallentamento dei riflessi e della concentrazione, si manifesta anche se non si è pranzato", spiega Roberto Manfredini, docente di Medicina interna all'Università di Ferrara. Secondo la cronobiologa Mary Carskadon, della Brown University, questa tendenza potrebbe dipendere da una sorta di cortocircuito tra due processi opposti. Da un lato un meccanismo del sonno che, come un cronometro, tiene conto del tempo da cui siamo svegli: man mano che il tempo passa, accumuliamo un debito di sonno e questo meccanismo spinge per farcelo colmare. Dall'altro lato un meccanismo di allerta, che è al minimo intorno alle tre di notte e poi cresce per tutto il giorno, contrastando la pressione a dormire. "Dopo mezzogiorno il debito di sonno è così grande da uguagliare o superare la tendenza a rimanere svegli", spiega l'esperta. Per contrastare la sonnolenza del dopopranzo qualcuno suggerisce di fare una siesta, una pausa che permetta di recuperare prontezza, umore e produttività. "Questo vale soprattutto per riposi di 10-15 minuti. Se si dorme di più, magari un'ora o due, il rischio è di trovarsi più stanchi di prima", avverte Manfredini.

A partire dalle 14-15 l'organismo registra il massimo di attività dell'adrenalina, la molecola di segnalazione del sistema nervoso simpatico. E l'apparato cardiovascolare mostra tutta la sua efficienza: i vasi sanguigni sono aperti e il flusso di sangue scorre bene, portando una gran quantità di ossigeno al cuore. Lo stesso vale per le vie aeree e i polmoni: al pomeriggio si respira più facilmente. "Il primo pomeriggio è anche il momento in cui sono più frequenti disturbi comportamentali caratterizzati da forte aggressività, suicidio compreso", segnala Manfredini: "E ciò può dipendere proprio dall'accumulo di adrenalina". Più tardi, verso le 18-19, la temperatura corporea, che è salita per tutto il giorno, raggiunge il suo apice (intorno ai 36,5-37 C), mentre si registrano altri picchi come la tolleranza al dolore, la flessibilità muscolare, la velocità dei riflessi e il coordinamento motorio.

Quando cala la luce è il momento del riposo e l'epifisi comincia a produrre l'ormone melatonina, che ha sull'organismo diversi effetti: indica che è il momento di dormire, induce un abbassamento della temperatura e stimola la risposta immunitaria e infiammatoria. "Per questo la notte è il momento in cui l'organismo si difende meglio da malattie e infezioni", spiega Maurizio Cutolo, reumatologo all'Università di Genova. La melatonina ha un picco intorno alle tre: poi diminuisce e salgono i livelli del cortisolo. C'è però anche un'altra molecola della notte: l'acetilcolina che, abbiamo visto, riduce il battito cardiaco e la pressione arteriosa e agisce restringendo i bronchi. Per questo le crisi d'asma sono più frequenti nelle ore notturne. Il momento è pessimo anche per chi soffre di bruciori di stomaco e ulcere, che si fanno sentire perché è massima la produzione di succhi gastrici. I movimenti digestivi dello stomaco sono ridotti e la digestione è molto più lenta. Anche il rene produce meno urina, che è però più concentrata e, sembra, più incline a far precipitare sali di calcio, cioè calcoli. Ecco perché le coliche renali colpiscono soprattutto al mattino presto. Nel corso delle 24 ore, insomma, le funzioni del nostro corpo non fanno altro che oscillare secondo ritmi precisi: tenere conto di queste oscillazioni è fondamentale non solo per capire meglio la nostra fisiologia o per ottimizzare le attività quotidiane, ma anche per migliorare diagnosi e terapie. Nascono così nuove discipline come la cronofarmacologia, che punta a trovare l'equilibrio giusto tra i tempi della malattia, quelli del farmaco e quelli con cui l'organismo lo metabolizza, in modo da massimizzare l'efficacia dei medicinali riducendone gli effetti collaterali.

Un importante risultato nell'ambito della cronofarmacologia è stato ottenuto da una équipe tedesca nel trattamento dell'artrite reumatoide con un farmaco cortisonico cronodosato, che si somministra alle 22, ma viene rilasciato alle tre di notte. "Questi farmaci sono sempre stati dati al mattino, per affiancare il naturale picco degli ormoni cortisonici", spiega Cutolo: "Oggi, però, sappiamo che questi pazienti hanno un picco spostato in avanti e rimangono più a lungo privi di cortisolo: proprio per questo soffrono di dolori reumatici soprattutto al mattino presto". L'esito dello studio parla chiaro: anticipando la somministrazione i sintomi migliorano, gli effetti avversi diminuiscono e si può usare un dosaggio minore di ormoni.
 

I Correlati

I Correlati

Widget: 91798 (categoria) non supportato