Dal Corriere della Sera: l'aspirazione che fa star meglio il cuore

Medicina Generale | Redazione DottNet | 01/08/2008 10:52

Non ci piove: con l'angioplastica la probabilità di salvarsi da un infarto senza strascichi è alta. Ma in un terzo dei casi (secondo alcuni perfino nella metà) è una vittoria di Pirro: il cuore sembra funzionare come prima, però a ben guardare il sangue non arriva a tutte le cellule cardiache.

Uno dei motivi principali sta proprio nella tecnica: quando si riapre la coronaria il catetere passa attraverso il coagulo, frammentandolo. I pezzettini vanno verso i vasi più piccoli, dove il palloncino dell'angioplastica non può arrivare, e li ostruiscono.
Su Lancet è appena uscita una ricerca olandese che propone un modo per ovviare al problema: se si aspira la maggior parte del trombo prima di passare col palloncino, poi il cuore riceve più sangue e funziona meglio. E si dimezza la mortalità. Il metodo è nato nel 2006, in Italia, grazie a Francesco Burzotta e Filippo Crea dell'Istituto di cardiologia dell'Università Cattolica di Roma, che hanno condotto i primi test su un piccolo numero di pazienti: la conferma arriva ora dal migliaio di casi trattati in Olanda. Adesso si spera che l'aspirazione del trombo diventi pratica clinica comune: «Il metodo è semplice e poco costoso, dovrebbe entrare nelle prossime linee guida sull'angioplastica, a fine anno — riferisce Crea —. Altri elementi, però, influenzano la riuscita dell'intervento: fra questi la suscettibilità individuale (nei diabetici, ad esempio, capita più spesso che il sangue non "torni" bene a tutte le cellule cardiache) e il tempo trascorso con il cuore "in apnea". Se il flusso di sangue è mancato troppo a lungo, le nostre armi per recuperare la funzionalità completa sono spuntate. Resta ancora parecchio da fare per arrivare a una mortalità vicina allo zero, però siamo sulla strada buona».
Anche perché sembra cambiato il vento per gli stent medicati, quelli che rilasciano farmaci per ridurre la probabilità di riocclusione del vaso. Un paio di anni fa sembravano destinati alla soffitta: alcuni studi ipotizzarono che ad anni di distanza dall'intervento comportassero un aumento sostanzioso del rischio di trombosi e nuovi infarti rispetto agli stent metallici "nudi". Da qualche mese nuove ricerche, su decine di migliaia di pazienti, hanno ridimensionato i timori. L'ultimo in ordine di tempo è il registro DELFT, che segue da più tempo di qualsiasi altro registro pazienti europei e americani trattati con stent medicati nella coronaria sinistra. «Erano soggetti che sarebbero stati candidati al bypass ma, essendo anziani e a rischio per la chirurgia, si è optato per lo stent medicato. I risultati a lungo termine sono buoni ed è bassa anche l'incidenza di trombosi a distanza — riferisce Stefano De Servi, responsabile dell'Unità di Cardiologia dell'Ospedale civile di Legnano (Mi), uno dei quattro centri italiani che hanno partecipato al DELFT assieme a tre strutture straniere —. Per scegliere se usare lo stent bisogna considerare il profilo del paziente: chiedersi qual è il suo rischio chirurgico, se l'impianto è tecnicamente troppo difficile. Per avere il miglior risultato bisogna usare il metodo giusto col paziente giusto».
«Se si può fare l'angioplastica, tanto più il caso è complesso tanto più vale la pena di usare gli stent medicati: riducono bene il rischio di recidive e conviene usarli se il pericolo è più alto, come nei diabetici — dice Corrado Tamburino, presidente della Società italiana di cardiologia invasiva —. Nel giro di 5 anni l'era degli stent medicati comunque finirà: saranno sostituiti da alternative che ne superano i limiti, come gli stent ricoperti di polimeri biocompatibili che " mascherano" l'impianto all'organismo o quelli riassorbibili, entrambi già in sperimentazione ».
Un vaccino terapeutico arrivato all’ultima fase di sperimentazione, prima dell’immissione sul mercato, per ridurre il rischio di recidive nei malati con carcinoma non a piccole cellule. Un test del sangue utile alla diagnosi precoce di tumore nei fumatori. E un nuovo farmaco che promette di migliorare la sopravvivenza dei malati di mesotelioma pleurico maligno. Sono alcune delle principali novità sulle neoplasie polmonari presentate al congresso della Società americana di oncologia (Asco), appena conclusosi a ago, su 53 malati di mesotelioma l’analisi preliminare ha mostrato un miglioramento della sopravvivenza complessiva e una sopravvivenza senza progressione di malattia quasi raddoppiata rispetto ai dati relativi alla miglior cura di supporto disponibile.
Per il carcinoma del colon retto, invece, secondo l’analisi preliminare su 43 pazienti c'è stato un miglioramento relativo della sopravvivenza complessiva a sei mesi pari al 50 per cento rispetto a quanto riportato in letteratura sulla migliore terapia di supporto.
 

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