Dal Corriere della Sera: Cresce l'allarme per il «pericolo giallo»

Redazione DottNet | 22/02/2009 10:16

Sono tanti e presto saranno ancora di più. Perché si sta ingrossando l'onda lunga dei malati di epatite B: persone che hanno contratto il virus 15 o 20 anni fa diventando portatori cronici e che oggi sono alle prese con le conseguenze più serie della malattia: dalla cirrosi al tumore al fegato.

L'allarme arriva dal convegno dell' Associazione italiana per lo studio del fegato (Aisf), che si è concluso ieri a Roma: la cirrosi epatica riguarda ormai l'1% della popolazione ed è la quinta causa di morte nel nostro Paese; in aumento anche il tumore al fegato, nel 90% dei casi conseguenza di una epatite B o C.
L'Italia è in pieno "pericolo giallo", con il colorito tipico dell'ittero destinato a diffondersi sempre di più? «Il numero di nuovi casi di epatite diminuisce, ma sono in continua crescita quelle "mature", più complicate da curare: ormai il 20% dei ricoverati in medicina interna ha un problema di fegato. Ed è in aumento la necessità di trapianti» dice Mario Strazzabosco, del Dipartimento di medicina interna dell'Università di Yale, negli Stati Uniti.
L'onda lunga, poi, potrebbe diventare uno tsunami: secondo i dati appena diffusi a Hong Kong, in occasione del congresso dell'Asian Pacific Association for the Study of the Liver, il 75% dei portatori cronici di epatite B è asiatico (in Cina sono almeno 120 milioni). Anche in Africa la prevalenza è a livelli allarmanti. E tutto ciò ci riguarda assai da vicino: gli immigrati africani e asiatici nel nostro Paese sono migliaia. «Il problema esiste — ammette Antonio Craxì, epatologo dell'Università di Palermo —. La via più importante di trasmissione in questo caso è quella sessuale ed è assai verosimile che si verifichi un incremento di casi acuti connessi al fenomeno dell'immigrazione. L'epatite è molto diffusa anche nell'Europa dell'Est, da cui provengono molti nostri immigrati ». Non c'è che prevenire: con il vaccino, nel caso dell' epatite B (reso obbligatorio nel '91 per neonati e dodicenni e oggi tutti i giovani adulti sono protetti), evitando il contatto con sangue infetto nel caso dell'epatite C. C'è di buono che le cure sono sempre di più e funzionano sempre meglio: secondo lo studio ETV901, presentato a Hong Kong, l'antivirale orale entecavir, oltre a diminuire la quantità di virus nel fegato, a lungo andare riduce l'infiammazione e la fibrosi epatica, anticamera della cirrosi.
«Contro l'epatite B abbiamo due tipi di farmaci efficaci in molti casi, l'interferone e gli analoghi nucleosidici e nucleotidici di cui fa parte entecavir — dice Craxì —. Ma sono terapie soppressive, che non eliminano il virus. Inoltre hanno effetti collaterali e costi elevati; soprattutto, non è raro che col tempo il farmaco non funzioni più. Così, quando abbiamo provato entrambe le classi di farmaci, resta ben poco da fare ».
Per quanto riguarda l'epatite C, in Italia il 70% dei casi è causato dal sottotipo virale 1, il meno facile da trattare; con le terapie attuali si ottiene un buon risultato solo in un paziente su due. Il vaccino? «È ancora in alto mare — riferisce Craxì —. La sperimentazione del vaccino terapeutico, i cui dati sono stati presentati a Roma e Hong Kong, è stata interrotta per i possibili effetti collaterali. Va detto che il vaccino non stimolava sufficientemente la produzione di anticorpi; lo stesso problema si sta avendo nello sviluppo di un eventuale vaccino preventivo».
 

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