Dal Corriere della Sera: Curati in grembo

Pediatria | Redazione DottNet | 22/02/2009 10:18

Ritorna dopo anni di silenzio, grazie a strumenti miniaturizzati e a procedure sofisticate. A Lovanio, Jan Deprest, dell'università Cattolica, ripropone in chiave mininvasiva l'intervento di chirurgia fetale che rese famoso nel 1989 Michael Harrison, della California university a San Francisco.
 

L'équipe californiana, dopo molti esperimenti sugli animali e un primo successo quasi per caso su una ostruzione urinaria nel 1981 (il ragazzo oggi ha quasi trent'anni), riuscì a correggere in grembo un'ernia diaframmatica congenita: il feto venne parzialmente estratto dal-l'utero e la foto della manina che sbucava fuori fece il giro del mondo.
In questa malformazione, relativamente comune visto che colpisce un neonato ogni 3.000, non si chiude (dovrebbe farlo entro il terzo mese di gravidanza) nel diaframma il foro che mette in comunicazione la cavità addominale con quella toracica, con conseguente risalita in quest'ultima dello stomaco, di parte dell'intestino o del fegato, un ingombro che impedisce l'espansione dei polmoni. Questi bambini devono essere operati entro poche ore dalla nascita, ma l'intervento riesce a salvare loro la vita in non più della metà dei casi.
L'idea di Harrison all'epoca fu quella di ridurre la mortalità liberando i polmoni dall'ostacolo già in gravidanza, ma il primo studio di confronto dei risultati fra l'intervento in utero e dopo la nascita non mostrò benefici.
Anzi: aumentavano i parti prematuri e i rischi per la salute della madre.
Il chirurgo andò avanti ostinatamente e scoprì, sugli agnelli, che l'inserimento di un piccolo dispositivo nella trachea (ingresso nell'utero per via endoscopica, rimandando alla nascita la chiusura del foro) forzava comunque i polmoni del feto ad espandersi. Ma anche il secondo studio non rivelò una diversa sopravvivenza, a tre mesi di vita, fra i bimbi operati in utero e quelli su cui si era intervenuti dopo il parto. Ora la stessa strada viene riproposta in Europa dall'équipe di Jan Deprest (sono già 150 i piccoli operati) in una nuova chiave: niente chirurgia a cielo aperto, ingresso endoscopico nell'utero e nell'addome della madre, messa in sede del dispositivo gonfia-polmoni nella trachea per sei settimane soltanto. Tutto mininvasivo e destinato ai casi più gravi.
«È proprio qui il problema; oggi non disponiamo di parametri precisi che permettano di distinguere in grembo i bimbi con un rischio di mortalità più elevato — commenta Giuseppe Martucciello, primario di chirurgia pediatrica al policlinico San Matteo di Pavia e professore di questa disciplina all'università di Genova — . Ed è tutto da dimostrare che l'intervento "minimo" non dia gli inconvenienti che si sono verificati finora, soprattutto i parti prematuri».
Per Martucciello tutta la chirurgia fetale è una sperimentazione d'effetto, compresa l'altra procedura che sta vivendo una seconda primavera: la correzione in utero della spina bifida, malformazione in cui la mancata saldatura delle vertebre fa sì che fuoriesca all'esterno parte del midollo spinale.
L'intervento, realizzato per la prima volta nel 1997 alla Vanderbilt University a Nashville, ha poi ha sortito risultati contrastanti, motivo che ha spinto l'ente pubblico di ricerca americano, i National Institutes of Health ad avviare nel 2003 uno studio che mettesse a confronto cento casi di spina bifida «corretti» in utero e cento non operati.
 

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