Un'infezione su tre in ospedale è per errore. Il caso-malaria

Infettivologia | Redazione DottNet | 09/11/2017 19:20

Secondo l'esperto per la bimba di Trento è molto difficile capire la dinamica

Anche se le analisi puntano il dito su un errore ospedaliero nel caso della bambina morta di malaria a Trento capire come sia stato possibile il contagio è molto difficile, anche perchè il reparto dove era ricoverata la piccola non ha molte procedure invasive. E' il commento alla vicenda di Giancarlo Icardi, ordinario di Igiene Generale ed Applicata dell'Università degli Studi di Genova.

"Il problema delle infezioni nosocomiali è ben conosciuto a livello mondiale - spiega Icardi -, e ci sono studi che ipotizzano che fino a una su tre sia causata da un comportamento errato del personale, che però di solito è il mancato lavaggio delle mani. Detto questo però il caso della bambina è assolutamente eccezionale, perchè negli ultimi decenni, diciamo da quando si conosce l'Aids, sono stati studiati e messi in campo sistemi di sorveglianza e per la protezione individuale molto sofisticati, che hanno drasticamente ridotto la trasmissione di microrganismi che usano il sangue come veicolo di infezione, tant'è vero che sono almeno dieci anni che non si documenta un caso di trasmissione di Hiv nosocomiale. E' molto più frequente e 'facile' la trasmissione di agenti patogeni che si trasmettono per via aerea".

Le procedure a cui è stata sottoposta la bimba che potrebbero averla messa a rischio, aggiunge Icardi, sono poche, dal prelievo di sangue per le analisi alla 'pungitura' del dito per verificare la glicemia, che sono fatte però con materiale monouso. "Un conto sono reparti come la terapia intensiva o dove si fa la dialisi, in cui il paziente viene sottoposto a cure che necessitano di molte vie d'accesso al corpo, ad esempio per l'applicazione di cateteri. In quel caso la distrazione che fa entrare in contatto il sangue di due pazienti è più facile. Non è questo il caso, sia la paziente deceduta che le altre bimbe con la malaria erano in reparti che non applicano procedure invasive, è difficile anche ipotizzare quale possa essere stato l'eventuale errore umano che ha provocato il contagio".

In Italia si stima che le infezioni ospedaliere facciano 4500-7000 vittime l'anno. "Il problema è noto, ma il livello di attenzione è molto alto - spiega Icardi -, ci sono linee guida, servizi per la gestione del rischio e team in ogni ospedale che fanno verifiche interne sull procedure utilizzate. Si sta lavorando molto per ridurre il problema".

Sofia, la bimba di quattro anni morta i primi di settembre di malaria, sarebbe stata contagiata all'ospedale di Trento. La Procura di Trento ha ricevuto dal Ministero della salute il rapporto dei tecnici dell'Istituto superiore di sanità relativo al caso della bambina. "Le autorità preposte cercheranno di comprendere come sia avvenuto il contagio, è una situazione particolarmente complessa ma mi sento confortata dal fatto che non vi siano focolai epidemici di malaria in giro per l'Italia", ha commentato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Quella dell'Iss è una relazione di tre pagine, molto tecnica, che conferma lo stesso ceppo malarico riscontrato in una delle due bambine del Burkina Faso che si trovavano al S. Chiara di Trento nello stesso periodo in cui era ricoverata Sofia. Le bambine erano appena tornate da un viaggio con la famiglia nel Paese africano, dove la malaria è diffusissima, poi sono state curate e dimesse. Secondo i periti dell'Iss, il contagio sarebbe quindi avvenuto in ambito ospedaliero, proprio nel nosocomio trentino. I tecnici escludono anche che il veicolo dell'infezione sia stata una zanzara: se errore c'è stato, si è trattato - hanno commentato gli inquirenti - di una macroscopica falla nelle procedure, in sostanza un errore umano, non facilmente individuabile.

La Procura di Trento, che sul caso ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo contro ignoti, sta attendendo anche i risultati dei propri periti, che dovrebbero arrivare nei prossimi giorni, ad integrazione del materiale già in possesso. Un'indagine delicata e complessa, su cui si è pronunciata la ministra Lorenzin: "Sicuramente sull'infezione provocata dal contatto di sangue sono state scritte delle ricostruzioni molto lontane dal vero, ci sono stati invece fattori più complicati e la magistratura ci sta lavorando". Intanto il direttore generale dell'Azienda sanitaria di Trento, Paolo Bordon, informa che la speciale commissione interna, composta tra gli altri dal professor Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell'Istituto nazionale delle malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, sta completando la relazione.

"Non appena la riceverò la consegnerò personalmente al procuratore dottor Marco Gallina" dice Bordon. "La verità è dovuta principalmente ai familiari della bambina, ma anche - sottolinea Bordon - al nostro personale medico e infermieristico, che ha sempre lavorato con impegno e dedizione e che è molto provato da questa vicenda". La piccola Sofia si era sentita male ai primi di agosto, mentre era in vacanza con la famiglia a Bibione, in Veneto. Portata al pronto soccorso locale e poi all'ospedale di Portogruaro, era stata quindi trasferita al S. Chiara di Trento, nel reparto di pediatria, dove in quei giorni si trovavano altre due bambine con la malaria. Sofia era quindi stata dimessa il 21 agosto, ma dopo dieci giorni era stata riportata in ospedale con la febbre alta. Dopo una prima diagnosi, di laringite, nel sangue della piccola venne trovato il Plasmodium falciparum, una delle specie di parassita che causano la malaria. Sofia intanto entrò in coma e venne trasferita d'urgenza a Brescia, dove però morì il 4 settembre.

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