Ricerca Lexis, il tumore al colon ancora sottovalutato

Oncologia | Redazione DottNet | 26/02/2009 23:50

Cresce tra gli italiani (79%) la consapevolezza che le condizioni ambientali sempre peggiori sono corresponsabili dell’insorgenza di forme patologiche anche gravi. In particolare, il 64% ritiene il numero dei tumori in Italia sia cresciuto: nella classifica delle forme più gravi, spicca al primo posto quello al polmone (59%), seguito da quello al seno (20%), fegato (18%), pancreas (16%), colon (12%) e cervello (12%).

Tuttavia, sono ancora poco diffuse condotte incentrate ad una maggiore prevenzione. Questo, con riferimento proprio al tumore al colon, dove a fronte della diffusa consapevolezza della pericolosità vi è una sottostima della sua effettiva aggressività, soprattutto sugli over 50enni. Prevenzione che oggi viene svolta prevalentemente (58%) dai medici di famiglia, anche se la tv (40%) è una fonte autorevole e utile. Non sorprende che gli intervistati chiedano, nella quasi totalità,: che ai malati di cancro siano somministrate le terapie più innovative oltre che un’assistenza domiciliare di qualità, servizi di supporto informativi e accessi privilegiati per le urgenze.
Sono questi, in sintesi, i dati salienti che emergono da una ricerca condotta dall’Istituto Lexis Ricerche di Milano, sostenuta da Amgen Dompé, su un campione di 600 italiani, 50% uomini e 50% donne, di età compresa tra i 35 e 60 anni, e volta a misurare la consapevolezza e la conoscenza sull’evolversi dei casi di tumore in Italia, con particolare attenzione alla conoscenza e all’impegno nella prevenzione del tumore al colon. In sintesi i dati della ricerca:
Per il 92% degli italiani, la qualità della vita è un valore fondamentale (56% fondamentale, 36% importante). Qualità della vita che per il 97% del campione ha un’influenza sulla salute delle persone.
L’80% del campione collega lo scadimento della qualità della vita all’aumento di alcune patologie. Questo soprattutto tra i meno giovani e per i residenti in centri medio-piccoli.
Le patologie maggiormente correlate al peggioramento della qualità della vita sono i tumori (36%), stress (18%), depressione (8,2%), cardiovascolare (7%).
Per il 64% i casi di tumore in Italia sono in crescita, 27,7% stabili, il 7% in calo. Il 66% degli intervistati ritiene che le malattie oncologiche oggi sono meglio curate che in passato. Il 19% sia come cure che come attese di vita, il 13,3% con più attese di vita ma non più curati.
Il 59% del campione la ritiene il tumore al colon una della forme a più alto tasso di mortalità anche se ne è sottovalutata la pericolosità, soprattutto nella fascia di età a maggior rischio.
Dall’insieme dell’indagine emerge come siano stati compiuti dei progressi nella sensibilizzazione e nell’informazione dei pazienti sui rischi connessi al tumore al colon, anche se manca una traduzione pratica in comportamenti preventivi continuativi e precisi. In particolare, il convincimento sul timore del colon trova riscontro nei progressi che la medicina ha compiuto sia sulla diagnosi precoce, sa sull’origine genetica di questa patologia.
Commentando i risultati della ricerca il professor Roberto Labianca Direttore, Dipartimento di Oncologia ed Ematologia, Ospedali Riuniti di Bergamo, ha sottolineato che “I risultati della ricerca ci confermano che la prevenzione per questa forma di tumore è essenziale. I nostri concittadini devono sapere che alimentazione corretta ed esercizio fisico sono fondamentali deterrenti all’insorgere di questa aggressiva neoplasia Occorre che gli sforzi delle amministrazioni locali volti al vaglio e all’analisi della popolazione a rischio siano seguite dal maggior numero possibile di persone. Se diagnosticato e trattato chirurgicamente e farmacologicamente nelle sue prime fasi, il tumore del colon retto permette di raggiungere percentuali di guarigione insperate per altre malattie neoplastiche”.

Che il tumore al colon retto possa essere curato, è una constatazione che, grazie alla sua vicenda personale, condivide anche Enzo Cattaneo, Presidente dell’Associazione Oncologica Bergamasca A.O.B. Onlus, che conta 160 iscritti fornendo assistenza e servizio di supporto ai pazienti e ai loro familiari e promuovendo l’umanizzazione e il miglioramento della qualità di vita dei pazienti neoplasici, “La ricerca e la medicina hanno compiuto importanti progressi, soprattutto negli ultimi anni. I nuovi trattamenti permettono ai pazienti colpiti da tumore del colon e ai loro familiari di avere nuove speranze in molti casi di una regressione completa della patologia e, comunque, di cure che migliorino la qualità della vita mantenendo stabile le crescita del tumore”.
Sul dato evidenziato dalla ricerca secondo il quale si devono incrementare studi e ricerche per nuovi trattamenti sempre più innovativi ed efficaci, interviene il professor Salvatore Siena, Direttore della Divisione di Oncologia Falck dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano, ricordando che “Negli ultimi 5 anni l’armamentario terapeutico per il tumore del grosso intestino soprattutto del tumore del grosso intestino metastatico, si è arricchito di farmaci che sono il risultato delle scelta farmaceutica biotecnologica, soprattutto gli anticorpi monoclonali. I farmaci biotecnologici hanno permesso di aumentare la sopravvivenza complessiva e soprattutto la sopravvivenza senza progressione della malattia”.
Secondo un recente studio i pazienti trattati chirurgicamente con metastasectomia e con farmaci di nuova generazione registrano anche una sopravvivenza media superiore ai 36 mesi e nel 20% dei casi fino a 5 anni.
“In particolare il panitumubab è risultato essere efficace in pazienti con un tumore al grosso intestino metastatico, risultato resistente a tutte le terapie precedentemente disponibili. In questi pazienti si è osservato un vantaggio di sopravvivenza senza progressione del tumore e un vantaggio di qualità di vita rispetto ai pazienti non trattati con lo stesso farmaco”.
La ricerca dell’istituto Lexis ha, ancora una volta, evidenziato le croniche differenze nell’assistenza sanitaria tra il Nord e il Sud del Paese, “ma a questo proposito, ha ricordato ancora il dottor Siena, vi è una disparità tra Nord e Sud che riguarda proprio il tumore al colon. Gli ultimi dati confermano che il tumore del grosso intestino è la terza causa di mortalità per tumore nell’uomo e nella donna. Questi dati segnalano inoltre che è una neoplasia molto più frequente al nord che nelle regioni del sud con una situazione intermedia nelle regioni del centro ma il dato epidemiologico confermato in tutte le regioni del sud, nessuna esclusa, e confermato in tutte le regioni del nord, nessuna esclusa, è che mentre al nord l’incidenza aumenta perché probabilmente aumentano le diagnosi precoci, nel sud aumenta invece la mortalità, al contrario del nord dove la mortalità diminuisce. Questo sta a significare, che o la diagnosi viene fatta più tardivamente rispetto al nord, o che ci sono dei difetti nei provvedimenti sanitari che portano poi alla diagnosi, o forse esiste una differenza nella terapia. Questi dati dimostrano che il tumore del grosso intestino è ancora una malattia che merita interesse epidemiologico e sanitario, è ancora una malattia che va governata anche da un punto di vista politico in termini di disponibilità di risorse.”

Il Tumore del colon-retto

Terzo tumore maligno per frequenza e mortalità nei Paesi occidentali, il tumore del colon-retto registra in Italia, ogni anno, circa 20 mila nuovi casi tra gli uomini e 17 mila nelle donne (Fonte Airc). La malattia, abbastanza rara prima dei 40 anni, è sempre più frequente a partire dai 60 raggiungendo il picco massimo verso gli 80 anni. Tra i fattori di rischio si registrano la familiarità, per cui persone con parenti colpiti dalla malattia risultano più esposte, ma anche alterazioni del Dna, con malattie geneticamente determinate quali la poliposi familiare che determinano maggiori pericoli. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, la comparsa è del tutto sporadica. Si presume legata a una dieta ad alto contenuto di grassi e basso contenuto di fibre o a una maggiore esposizione all’inquinamento di aria e acqua.

Gene KRAS

Il gene KRAS, quando mutato, favorisce la replicazione incontrollata delle cellule tumorali, le aiuta a diventare insensibili al trattamento terapeutico, legandosi in tal modo ad una prognosi peggiore della malattia. La ricerca ha dimostrato come la presenza del gene KRAS mutato influisca sull’efficacia di specifiche terapie biologiche, come quella a base di panitumumab e, di conseguenza, permetta di selezionare i pazienti nei quali la terapia sia davvero vantaggiosa. Una mutazione del gene KRAS è strettamente legata all’evoluzione di diversi tumori, come quello del pancreas, del polmone e del colon-retto. Si stanno conducendo ricerche per comprendere quanto la presenza del gene KRAS mutato possa consentire di selezionare il “giusto paziente” al quale somministrare nuove opportunità terapeutiche. In quest’ottica il test genetico per le mutazioni del gene KRAS appare di estrema importanza pratica. Infatti, la presenza della mutazione consente di individuare con precisione quali pazienti risponderanno alla terapia con un nuovo anticorpo monoclonale, il panitumumab, e quindi permetterà di somministrare cure mirate esclusivamente ai malati che potranno averne giovamento, con un impiego migliore delle risorse del sistema sanitario.


In conclusione, la ricerca ha anche evidenziato:

Qualità della vita in Italia: per il 33% è molto o abbastanza positiva, il 30% abbastanza o molto negativa, il 37% così e così;
La prevenzione resta essenziale per il tumore al colon: il 57% degli italiani si considera attento anche se non così scrupoloso nelle azioni di prevenzione (in Toscana il 64%) e tra gli uomini (60% vs 53% delle donne). Più prevenzione nelle regioni del Nord Italia (29% vs 19% del Centro Sud), tra le donne (28% vs 18% uomini) e tra i maggiori di 45 anni (26% vs 20% dei 35-45enni). Restano un po’ superficiali nella prevenzione il 20,2% degli italiani mentre sono molto attenti il 23,3%.
La prevenzione nel tumore al colon per gli italiani è sostanzialmente: check-up completo ogni 2-3 anni, 95,3%; visite periodiche da specialista, 94,3%; esame del sangue una volta all’anno, 94,2%; controllo sull’alimentazione, 91,3%; esami periodici delle feci, 90,2%; controllo sugli alcolici, 89,7%, riduzione degli stress, 87,7%.
L’informazione e il confronto sulle malattie e la loro prevenzione è delegato per il 58,2% degli italiani al medico di famiglia; seguono amici, parenti e conoscenti (27,7%), farmacista di fiducia (7,3%).
Esiste qualche dubbio sulla capacità della nostra società e cultura di essere di supporto al malato e alla sua famiglia: il 56% ritiene siano solo abbastanza seguiti mentre il 31% che non lo siano e solo il 13% molto seguiti.
 

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