Dall'Espresso: concorsi al bando

Redazione DottNet | 04/09/2008 11:09

Un secolo fa, nel 1908, fu approvata la prima legge generale sul pubblico impiego, che affermò la regola dell'assunzione per concorso: fu un notevole progresso rispetto a un passato nel quale gli impieghi pubblici venivano spesso venduti o elargiti per fedeltà politica. Quarant'anni dopo, la Costituzione proclamò solennemente che agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso. Dopo altri sessant'anni, il principio del concorso pubblico è in crisi.

Uno dei dati che colpiscono maggiormente, tra quelli sul personale degli enti locali, è la progressiva diminuzione, negli ultimi quattro anni, dei bandi di concorso per assunzioni a tempo indeterminato: più o meno, da 1900 a 650, su 8000 enti. È forse il segno di una riduzione del personale, dovuta alle difficoltà economiche di comuni e province, ai blocchi delle assunzioni disposti da varie leggi finanziarie, alle conseguenti esternalizzazioni di funzioni e servizi strumentali? Solo in parte. Gli stessi dati, infatti, dicono che il numero complessivo dei dipendenti è stabile e che negli stessi anni sono triplicati i dipendenti a tempo determinato, raddoppiati gli addetti ai gabinetti di sindaci e assessori, ancora numerosi i co.co.co.: personale spesso reclutato senza concorso, così come quello di molte società in mano pubblica, alle quali vengono affidati, senza gara, i servizi esternalizzati. In sintesi, gli enti locali assumono personale, ma senza concorso. L'aspirazione al posto fisso dei dipendenti viene comunque soddisfatta con le stabilizzazioni: come quelle previste dalle ultime leggi finanziarie, che consentono l'assunzione a tempo indeterminato di chiunque abbia lavorato in una pubblica amministrazione per un periodo minimo.

L'interesse generale alla parità di trattamento e alla selezione dei migliori, invece, viene sacrificato. I dipendenti pubblici che vengono stabilizzati, per lo più, non sono (come i precari del settore privato) vittime dell'elusione di norme poste a loro tutela, ma beneficiari dell'elusione di norme poste a tutela dei cittadini. E le "procedure selettive", alle quali è condizionata la stabilizzazione, sono spesso formalità o finzioni, che con il pubblico concorso non hanno nulla a che fare. Si dirà: poco male, dato che spesso i concorsi non assicurano né la parità di trattamento né la valorizzazione del merito. È esperienza comune: requisiti di ammissione ritagliati su misura per determinati candidati, per lo più interni all'amministrazione; commissioni composte in modo arbitrario, spesso da personale a sua volta interno; numero troppo alto o troppo basso di partecipanti ammessi; prove inconferenti con le mansioni proprie delle figure da reclutare. Tutto ciò, però, deve indurre a declinare meglio il principio del merito e non ad abbandonarlo, rassegnandosi allo spreco e al clientelismo.

A questo scopo può essere utile ricordare alcune semplici regole, che dovrebbero sempre ispirare le assunzioni dei dipendenti pubblici. Perché vi sia un concorso, e la Costituzione sia rispettata, è necessario che tutti coloro che hanno certi requisiti possano concorrere e che il numero dei posti sia significativamente inferiore al numero dei concorrenti. La commissione giudicatrice deve essere indipendente dall'amministrazione e vincolata a criteri predeterminati. Va prevista una pluralità di prove, calibrate sulle mansioni da svolgere e sulle responsabilità da assumere. La selezione, quindi, va fatta tenendo conto non solo delle conoscenze dei candidati, ma anche della loro esperienza, maturità e attitudine al relativo impiego. La procedura, infine, deve svolgersi in modo trasparente. Il rispetto di queste regole non è garanzia di buoni risultati, ma la loro violazione è garanzia di cattivi risultati.