Trapianto di midollo da genitori, il successo dipende dal "natural killer"

Redazione DottNet | 06/03/2009 18:59

Sta nell'individuare il donatore con la percentuale più alta di cellule ''natural killer'' (Nk), la chiave per aumentare la possibilità di successo di un trapianto di midollo osseo da genitori o fratelli.

L'affinamento della metodologia per rintracciare il cosiddetto ''donatore più promettente'' e la sua applicazione clinica ha visto all'opera un pool rosa di ricercatrici dell'Ist e del Gaslini di Genova, con la regia del professor Lorenzo Moretta e l'equipe del professor Franco Locatelli del policlinico San Matteo di Pavia. Daniela Pende, del laboratorio di immunologia dell'Ist diretto dalla professoressa Maria Cristina Mingari, è tra le protagoniste dello studio durato cinque anni e pubblicato dalla rivista scientifica ''Blood''. Nel pool con lei anche Stefania Marcenaro, Stefania Martini, Michela Falco e Alessandro Moretta. Il campo è quello del trapianto ''aploidentico'', ovvero ''uguale a metà'', caratteristica del midollo dei genitori e di circa il 50% dei fratelli. Il risultato ottenuto in cinque anni di studio, col trattamento di 60 bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta che non rispondevano alle cure di chemioterapia, è di quasi il 75% di attesa di guarigione. Un dato che va oltre quello ottenuto dai professori Andrea Velardi e Massimo Fabrizio Martelli di Perugia, nei loro studi su pazienti adulti con leucemie mieloidi acute, spiega Moretta. Pende, che pure aveva collaborato con Velardi e Martelli, evidenzia: ''la peculiarità di quest'ultima ricerca, lo snodo, sta nell'affinamento della metodologia che permette di selezionare il donatore con la percentuale di cellule Nk più alta. Inoltre abbiamo messo in luce importanti interazioni tra le cellule killer e quelle leucemiche. Per questo penso che questo risultato possa aprire a nuove prospettive anche nel trapianto aploidentico degli adulti''. Per individuare il ''donatore più promettente'', prosegue la ricercatrice, è sufficiente il prelievo del sangue. ''Occorrono l'analisi del Dna e quella al citofluorimetro. Da quest'ultima si ottiene una foto del repertorio di linfociti Nk, la loro quantità e qualità, anche se non tutti sono capaci di debellare la leucemia. E su questa base viene fatta una scelta del soggetto più idoneo. I tempi sono rapidi, bastano due giorni al massimo''. ''Nel trapianto 'aploidentico' - aggiunge Moretta - per rendere compatibile il midollo del donatore con quello del paziente, viene ripulito dalle cellule T, linfociti che altrimenti ucciderebbero l'ospite, e si purificano le cellule staminali emopoietiche. Il risultato ottenuto da questo studio mi porta a dire che in quei casi in cui i pazienti non rispondano alla chemioterapia, che sono il 20% circa, sia preferibile eseguire il 'trapianto aploidentico' piuttosto che iniziare una lunga ricerca di un donatore compatibile che difficilmente si conclude in modo positivo''.

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