Never (Novartis): cambierà l'approccio al mercato. L'Italia troppo lenta nel concedere le autorizzazioni

Redazione DottNet | 06/03/2009 19:38

Mark Never è l’amministratore delegato di Novartis Italia. In questa intervista rilasciata in esclusiva per Merqurio il manager analizza il mercato italiano e che cosa ci aspetta per un 2009 che si preannuncia tutto in salita.

 

La recente acquisizione da parte di Pfizer della Wyeth rivoluziona il mondo dell'industria farmaceutica. Secondo lei sarà solo il prologo di uno scenario futuro in cui molte aziende si accorperanno? Novartis, che secondo i vostri bilanci, appare in ulteriore espansione, sta pensando ad acquisire altre aziende?

La strategia di Novartis è nota ed è stata riaffermata con chiarezza ancora poche settimane fa dal Chairman e CEO del Gruppo Daniel Vasella. La riassumo: per Novartis potranno esserci acquisizioni mirate, investimenti strategici in specifici settori, ma non mega-acquisizioni. I grandi merger, infatti, ridisegnano il profilo delle aziende e Novartis non ha questa esigenza. Il nostro Gruppo ha una fisionomia ben definita, fondata su una solida presenza nei settori della salute: farma, vaccini e diagnostica, generici, prodotti ‘consumer’. La nostra strategia è appunto indirizzata a rafforzare questa presenza, con acquisizioni in grado mantenere il portafoglio prodotti sempre ai massimi livelli di innovazione, completezza e competitività. È questa la direzione lungo la quale Novartis si è mossa negli ultimi anni. Nel 2008, per esempio, abbiamo acquisito una quota rilevante di Alcon, leader mondiale in oftalmica, e altre aziende particolarmente promettenti e innovative in specifici segmenti.

Intanto sono a rischio gl'informatori: sembra che gran parte delle aziende non ne abbiano più bisogno. Come cambierà, secondo lei, l'informazione medico scientifica?

Sono convinto che quello che cambierà – che dovrà cambiare – è l’approccio al mercato. Per la semplice ragione che quest’ultimo ha subito delle trasformazioni molto profonde negli ultimi tempi. Ci troviamo in presenza di un’articolazione di responsabilità decisionali che prima era sconosciuta; la pluralità di interlocutori-chiave, a livello regionale, impone caratteristiche nuove alla presenza sul territorio, basata non solo sulla quantità, ma sempre più sulla ‘qualità’. Fermo restando, naturalmente, il ruolo essenziale degli informatori. È un approccio che alcune aziende farmaceutiche, e tra queste Novartis, hanno già iniziato ad adottare e che ritengo permetterà un confronto sempre più costruttivo con gli interlocutori, una migliore comprensione delle esigenze espresse dalla società in materia di salute e una risposta efficace e tempestiva ad esse.

I generici potranno compromettere lo sviluppo dell'occupazione e la ricerca, quest'ultima esclusiva delle grandi case farmaceutiche?

Novartis ha sempre ritenuto che una crescente diffusione dei farmaci unbranded metta le imprese farmaceutiche in condizione di focalizzare maggiormente il loro impegno nell’innovazione. I farmaci generici svolgono dunque una funzione doppiamente positiva: con i loro costi contenuti, contribuiscono a garantire la sostenibilità dei sistemi sanitari, senza intaccare il diritto alla salute dei cittadini; allo stesso tempo, inducono le aziende a investire nella ricerca di terapie innovative, sempre più efficaci e sicure per i pazienti. Novartis, com’è noto, è tra i leader mondiali nel settore dei generici, con la divisione Sandoz, eppure le risorse che dedica all’innovazione farmaceutica crescono anno dopo anno. Nel 2008, gli investimenti del Gruppo in Ricerca & Sviluppo hanno raggiunto i 7,2 miliardi di dollari, con un tasso di crescita rispetto all’anno precedente (12%) nettamente superiore rispetto a quello del fatturato.

Sarà un 2009 a rischio anche per l'industria farmaceutica?

Non ci si può illudere che il farma resti immune da problemi in un contesto recessivo di queste dimensioni. Certamente sarà un anno difficile, ma siamo convinti che la strategia di Novartis, focalizzata su innovazione e completezza del portafoglio, sia in grado di offrire le migliori garanzie di crescita nel medio e lungo periodo. Naturalmente, è importante che poter operare in scenari non penalizzanti in termini di accesso al mercato. Nel caso la crisi si aggravasse e si dovessero assegnare priorità agli investimenti, il Gruppo tenderà a privilegiare le realtà nazionali più favorevoli dal punto di vista del market access. L’Italia, purtroppo, sconta sensibili ritardi su questo fronte. C’è un esempio illuminante a questo proposito, che riguarda il nostro antipertensivo più innovativo. L’Italia è il Paese che ha offerto il maggiore contributo allo sviluppo clinico di questo farmaco, con 1700 pazienti coinvolti, ed è quello che ha avuto la responsabilità della procedura di registrazione presso l’EMEA. Non solo: siamo riusciti a ottenere che il Gruppo assegnasse all’Italia la produzione del farmaco e a questo scopo abbiamo adeguato lo stabilimento di Torre Annunziata, dove questo antipertensivo ha comportato, nell’arco di due anni, investimenti per 20 milioni di euro. Ebbene, l’autorizzazione all’immissione in commercio è avvenuta poche settimane fa, a più di un anno dalla conclusione delle negoziazioni con l’autorità regolatoria nazionale. In altri termini, i pazienti italiani sono tra gli ultimi, in Europa, ad aver garantito l’accesso al farmaco. È una situazione difficilmente sostenibile nel medio termine, che auspichiamo possa trovare vie di soluzione, nell'interesse innanzitutto dei pazienti e di coloro che operano nel settore della Salute.

Silvio Campione
 

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