Diabete: per gli anziani è preferibile un controllo meno stretto

Diabetologia | Redazione DottNet | 06/03/2018 17:31

Esperto SID, è cruciale personalizzare il più possibile le terapie

La maggior parte dei pazienti diabetici (coloro che sono in genere anziani o che hanno una ridotta aspettativa di vita) può beneficiare di un controllo glicemico non eccessivamente rigoroso: è il parere dei medici americani dell'American College of Physicians, secondo cui un controllo dello zucchero nel sangue troppo severo potrebbe ingenerare più rischi che benefici.    Resa noto sugli Annals of Internal Medicine, la consensus dei medici ACP è il risultato di una revisione delle evidenze cliniche in uso e degli studi pubblicati.

"Le prove oggi disponibili mostrano che per la maggior parte dei diabetici, raggiungere un livello di 'emoglobina glicata' (emoglobina cui sono appiccicate molecole di zucchero) tra 7 e 8 è il modo migliore per bilanciare a lungo termine il rapporto benefici/rischi tra glicemia sotto controllo ed effetti collaterali dei farmaci", spiega Jack Ende, presidente ACP. La misura della concentrazione di emoglobina glicata nel sangue è usata come indicatore del controllo glicemico che il paziente ha avuto negli ultimi 2-3 mesi.    "Il target glicemico va personalizzato sempre per massimizzare il rapporto benefici/rischi - spiega Stefano del Prato, dell'Università di Pisa - quindi è bene puntare a un controllo stringente nei giovani che non hanno ancora complicanze, mentre nei pazienti più complessi, anziani e con complicanze o con maggior rischio di ipoglicemie ci si può assestare su un controllo glicemico meno pressante".

Questa generalizzazione dei medici ACP è legata al fatto che gran parte dei diabetici è anziana, quindi un atteggiamento più permissivo ci può stare - continua l'esperto della Società Italiana di Diabetologia. La loro è comunque una presa di posizione che conferma la tendenza attuale a personalizzare l'obiettivo terapeutico considerando i possibili rischi di un eccesso di trattamento". E comunque, rileva Del Prato, oggigiorno abbiamo dei farmaci che garantiscono una riduzione delle complicanze e del rischio cardiovascolare pur non abbassando troppo il valore di glicata".    Le raccomandazioni, sostiene Ende, prescrivono che il paziente si assesti su un valore di glicata tra 6,5 e 7 o meglio ancora sotto il 6,5 per ridurre il rischio di complicanze micro-vascolari (dei piccoli vasi sanguigni). Tuttavia le prove alla base di queste raccomandazioni sono non esaustive e discordanti tra loro. È cruciale, continua, personalizzare il più possibile la gestione della malattia considerando età, aspettativa di vita e condizioni generali di salute del paziente.

Inoltre, secondo i medici ACP è bene che, qualora i pazienti raggiungano livelli di glicata sotto la soglia di 6,5, il dosaggio delle terapie venga ridotto, e che si riduca il numero di farmaci contemporaneamente in uso o ancora che si interrompano del tutto le terapie prescrivendo al paziente di attenersi a salutari stili di vita (sport e dieta). "I risultati degli studi finora disponibili, infatti, dimostrano che non vi siano benefici per la salute nel continuare a trattare un paziente che abbia una glicata inferiore a 6,5 - sostiene Ende - al contrario, diminuire le terapie per questi pazienti ridurrà inutili effetti collaterali dei farmaci, senza influenzare il rischio di morte, di infarto e ictus, complicanze renali, amputazioni, problemi di vista o neuropatia (ovvero senza aumentare il rischio di complicanze diabetiche)".  

E ancora, ribadiscono i medici ACP per i pazienti anziani o con ridotta aspettativa di vita ha meno senso abbassare troppo la glicata, perché i rischi di una terapia eccessiva superano di gran lunga i benefici in questo sottogruppo di pazienti. In sintesi è meglio perseguire obiettivi meno rigorosi se questi si possono raggiungere senza farmaci ma solo con miglioramenti negli stili di vita (sport, sana alimentazione e riduzione del peso), conclude Ende.   Deve essere chiaro, commenta Del Prato, che la terapia farmacologica non è mai sostitutiva di terapia comportamentale, il primo step della gestione della malattia, anzi, è proprio rappresentato da attività fisica e dieta e la terapia non va mai usata come sostituto di corretti stili di vita.

 

fonte: ansa

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