Neurologo condannato per omicidio colposo di una paziente affetta da sindrome depressiva deceduta in conseguenza del sovradosaggio di farmaci

Medicina Generale | Redazione DottNet | 10/05/2009 22:21

Il caso concerne la condanna di un neurologo per aver colposamente cagionato la morte di una paziente,  in cura presso di lui per una sindrome depressiva dalla quale era affetta da anni, per non aver seguito un corretto dosaggio dei farmaci a lei somministrati, provocando così un accumulo esiziale dei principi attivi contenuti nei farmaci medesimi, caso simile a quello di un Naturopata condannato per omicidio volontario aggravato per aver anticipato la morte di una paziente affetta da carcinoma mammario,
 

In particolare, i sovradosaggi si erano verificati per i due farmaci prescritti, un antidepressivo triciclico contenente il principio attivo clormipramina e una benzodiazepina contenente il principio attivo bromazepan.
In primo e secondo grado è stato effettivamente accertato il sovradosaggio dei farmaci ed è stato escluso che l’evento mortale potesse essere stato provocato da altri fattori causali (in particolare, è stato escluso che l’intossicazione potesse essere stata provocata da un’ingestione per via orale -volontaria o casuale- da parte della paziente, del farmaco contenente il principio attivo clormipramina che doveva essere somministrato per via parenterale e un metabolita del quale era stato rinvenuto nello stomaco della persona deceduta.


La Sentenza (Cassazione Penale, Sezione IV, sentenza n. 840 del 10 gennaio 2008)

“Il Dott. … non ha violato un comando omettendo di intervenire in un caso che richiedeva la sua attivazione ma ha violato il divieto di somministrare le terapie in dosaggi superiori a quelli previsti e senza tener conto della pericolosità dei fattori di accumulo […] Se dunque nel caso in esame la causalità ha natura commissiva e se l’evento è causalmente ricollegabile alla condotta dell’imputato in termini di sostanziale certezza è evidente che non è necessario porsi la domanda se il mutamento della terapia avrebbe avuto efficacia salvifica. Anche se la risposta fosse negativa l’evento sarebbe infatti pur sempre ricollegabile alla iniziale condotta attiva dell’agente […] Il giudizio controfattuale non va compiuto dando per avvenuta una condotta impeditiva che non c'è stata e chiedendosi se, posta in essere la medesima, l’evento sarebbe ugualmente avvenuto in termini di elevata credibilità razionale. Ma chiedendosi se, ipotizzando non avvenuto il mutamento del trattamento farmacologico, si sarebbe ugualmente verificato il processo patologico che ha condotto la paziente all’esito fatale”.


 

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