Da Gente: La terapia del dolore non è più un tabù, è giusto metterla a disposizione in farmacia

Redazione DottNet | 28/06/2009 11:02

di Silvio Garattini

Finora occorreva un documento speciale: il decreto, che ha liberalizzato la vendita dei medicinali oppiacei destinati ad alleviare le sofferenze dei malati, ha superato l’antica discriminazione con gli altri farmaci.
 

Un decreto ministeriale emanato nei giorni scorsi facilita la prescrizione e la vendita dei farmaci che alleviano le sofferenze dei malati. Il provvedimento è di notevole importanza: pone fine alle barriere burocratiche che ostacolavano la prescrizione degli antidolorifici ed elimina la pesante discriminazione che esisteva rispetto a tutti gli altri prodotti farmaceutici. Il decreto prevede infatti che gli oppiacei possano essere consegnati al richiedente come qualsiasi altro medicinale e non più con ricetta speciale, a triplo ricalco che, per altro, obbligava il farmacista a mantenere un complesso sistema di carico e scarico degli oppiacei. Questo provvedimento interessa un numero enorme (e difficilmente calcolabile) di pazienti per i quali la terapia del dolore è una necessità fondamentale e si inserisce in uno scenario che vale la pena ricordare. Cominciamo con il dire che il dolore resta (purtroppo) uno “sconosciuto”, tanto da destare scarso interesse nella pratica clinica, soprattutto in quella ospedaliera, al punto che la cartella clinica appesa alla estremità inferiore del letto non riporta quale tipo di dolore affligga il paziente. La cartella segnala l’andamento della temperatura corporea, descrive la variazione della pressione arteriosa, ma raramente indica il livello del dolore. Si potrebbe obiettare che valutare il dolore è difficile, trattandosi di una risposta non misurabile in quanto è molto soggettiva. Resta il fatto che i farmaci antidolorifici non mancano e possono essere utilizzati per diverse gradazioni del dolore dal più leggero al più intenso, che giustifica il ricorso a farmaci oppiacei quali la morfina. Cito la codeina, l’anpremorfina, l’ossicodone, le ossimorfine, somministrati in diverse forme e dosaggi: orale (sciroppo, capsule, compresse), rettale, intramuscolare o endovenosa. E con cerotti a lento rilascio. Va sottolineato che questi prodotti agiscono sul sistema nervoso centrale, interagendo con una serie di recettori che condizionano la sensazione del dolore. L’impiego di questi farmaci è quasi sempre associato a situazioni estreme e in particolare al periodo terminale del paziente portatore di tumore. In realtà, sono invece molte le situazioni che richiedono l’utilizzo di morfina e derivati; per esempio, situazioni quali la forte emicrania oppure la calcolosi renale e altre malattie che hanno nel dolore il sintomo principale. Nella cultura italiana l’impiego della morfina è visto come l’ultima spiaggia, è considerato il trattamento estremo che prelude alla fine. E i familiari hanno spesso difficoltà ad accettare l’idea che non si possa fare più nulla per la persona cara: questo genera in loro la preoccupazione che l’ammalato se ne possa rendere conto e quindi possa deprimersi. Inoltre, l’uso della morfina è associato all’idea di una droga d’abuso che dà luogo ad assuefazione e a dipendenza da cui non è facile liberarsi. Si cerca così di dilazionare l’impiego della morfina con la conseguenza che l’ammalato soffre inutilmente. Questa serie di ragioni, insieme alla preoccupazione di non alimentare il mercato abusivo, sono certamente state alla base delle restrizioni che, ora, finalmente, sono meglio regolamentate.
 

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