Anche un contenuto ritardo di accesso alle cure palliative in un paziente con cancro avanzato realizza un danno risarcibile

Mariano Paternoster | 08/07/2009 09:44

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Il caso concerne una mancata diagnosi ecografica di cancro avanzato del pancreas con metastasi epatiche.
 

La diagnosi veniva formulata solo 30 giorni dopo ed in tale occasione veniva accertato che la neoplasia aveva raggiunto dimensioni tali da occludere quasi tutto lo stomaco, di modo che si rendeva necessario un intervento chirurgico al fine di creare un by-pass.

La Sentenza (Cassazione Civile, Sezione III, n. 23846 del 18 settembre 2008)
"L’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, sul quale sia possibile intervenire soltanto con un intervento cd. palliativo, determinando un ritardo della possibilità di esecuzione di tale intervento, cagiona al paziente un danno alla persona per il fatto che nelle more egli non ha potuto fruire del detto intervento e, quindi, ha dovuto sopportare le conseguenze del processo morboso e particolarmente il dolore, posto che la tempestiva esecuzione dell'intervento palliativo avrebbe potuto, sia pure senza la risoluzione del processo morboso, alleviare le sue sofferenze […]
L’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, quando abbia determinato la tardiva esecuzione di un intervento chirurgico che normalmente sia da praticare per evitare che l’esito definitivo del processo morboso si verifichi anzitempo prima del suo normale decorso, e risulti per effetto del ritardo, oltre alla verificazione dell’intervento in termini più ampi, anche che sia andata in conseguenza perduta dal paziente la chance di conservare durante quel decorso una migliore qualità di vita e la chance di vivere alcune settimane o alcuni mesi di più rispetto a quelli poi vissuti, integra l'esistenza di un danno risarcibile alla persona […] L’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, in quanto nega al paziente, oltre che di essere messo nelle condizioni per scegliere, se possibilità di scelta vi sia, “che fare” nell’ambito di quello che la scienza medica suggerisce per garantire la fruizione della salute residua fino all’esito infausto, anche di essere messo in condizione di programmare il suo essere persona e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle sue attitudini psico-fisiche nel che quell'essere si esprime, in vista e fino a quell’esito, integra l’esistenza di un danno risarcibile alla persona".

Una definizione di cure palliative

Le cure palliative rappresentano quelle cure globali attive rivolte ai malati la cui patologia non risponde o non risponde più alle terapie aventi come scopo la guarigione.
Il fine è quello di perseguire una migliore qualità di vita per il malato mediante il controllo della sintomatologia (disfunzionale e/o dolorosa) ed un contestuale supporto psicologico, sociale e spirituale senza prolungare né abbreviare l’esistenza del malato.
Il trattamento palliativo non deve, tuttavia, generare l’equivoco o sollecitare la tentazione di una smisurata medicalizzazione delle cure e/o di un accanimento terapeutico (sopravvivenza assistita), laddove un malato nel quale l’obiettivo della cura non può più essere quello di guarire ha bisogno di conseguire il suo personale concetto di qualità della vita così come l’ha sempre vissuto.
Per converso, il rifiuto della sofferenza non deve indurre all’abbandono terapeutico.
Un atteggiamento assistenziale equilibrato si realizza, in tal senso, attraverso una “persistenza terapeutica” non eccedente i limiti del bisogno di qualità di vita residua.