L'andrologo, come funziona la castrazione chimica

Tania Vuoso | 24/07/2009 16:25

chirurgia lesioni otorinolaringoiatria pediatria sordità

Castrazione chimica per contrastare alla radice i reati a sfondo sessuale come gli stupri dei garage a Roma.

La proposta rilanciata all'indomani del fermo di Luca Bianchini, il ragioniere accusato di essere lo stupratore seriale che ha colpito in questi mesi nella Capitale, si fonda sull'utilizzo di farmaci a base di speciali ormoni antiandrogeni. Medicinali che, "somministrati per anni in modo controllato, ottengono l'effetto di azzerare i livelli di testosterone. Ma se la 'cura' si interrompe, dopo un lasso di tempo che oscilla dai tre ai sei mesi l'effetto svanisce e il controllo biochimico su desiderio sessuale e impulsi non c'è più". Lo spiega Vincenzo Gentile, presidente della Società italiana di andrologia (Sia).
Non è una soluzione definitiva, insomma, ma una sorta di 'cura cronica'. "Che, a lungo andare, comporta anche effetti collaterali, per il soggetto", ricorda Gentile. Ma come funziona? "Si tratta di farmaci che agiscono a livello del sistema nervoso centrale - precisa
l'esperto - in particolare sull'ipofisi. Si assumono per via sottocutanea e sono disponibili in diverse formulazioni, mensili o trimestrali, anche a lento rilascio. I medicinali utilizzati sono farmaci antiandrogeni centrali. Appartengono alla famiglia degli analoghi dell'ormone LH-RH", e agiscono 'a monte' della cascata di eventi che porta alla produzione di testosterone, fabbricato principalmente nei testicoli, e al rilascio dell'ormone sessuale maschile nel sangue.
In altre parole, precisa lo specialista, interferiscono con il complesso meccanismo che stimola la produzione di testosterone, impedendo all'ipofisi di inviare al testicolo l''invito' a fabbricare e liberare testosterone". Oggi la castrazione chimica è applicata in vari Paesi, fra cui Stati Uniti, Canada, Svezia, Germania, e Gran Bretagna, talvolta come opzione volontaria. Curiosamente, si tratta di un approccio nato dalla ricerca contro i tumori. "L'idea - ricorda Gentile - risale alla fine degli anni '20 del secolo scorso, per la
terapia contro il cancro alla prostata, ritenuto ormono-dipendente. Si utilizzava il cosiddetto blocco androgenico totale, che consisteva nel somministrare analoghi dell'ormone LH-RH insieme ad antiandrogeni periferici".