Medici obiettori, aumentano in Italia. Roccella: non è il caso di rivedere la legge 194

Silvio Campione | 29/07/2009 16:24

Aumenta l'obiezione di coscienza tra i medici italiani rispetto agli interventi di interruzione volontaria di gravidanza (Ivg): i ginecologi obiettori sono infatti passati dal 58% registrato nel 2005 al 70% del 2007. Il dato emerge dalla relazione annuale al Parlamento sulla attuazione della legge 194 per l'interruzione volontaria di gravidanza, illustrata dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella.

''Nonostante si registri un aumento dell'obiezione di coscienza, dovuto anche all'aggiornamento di dati in vari casi obsoleti - ha detto Roccella - questo non sembra incidere sull'efficacia della legge: i tempi di attesa si sono infatti ridotti ed il 58% delle donne che abortisce lo fa entro 14 giorni dal rilascio del certificato e questo vuol dire che il servizio viene garantito nelle strutture pubbliche''. A livello nazionale, si sottolinea nella relazione in riferimento all'aumento dell'obiezione di coscienza, per i ginecologi si passa dal 58,7% del 2005 al 69,2% del 2006 al 70,5% del 2007. Per gli anestesisti, negli stessi tre anni, si passa dal 45,7% al 52,3%. Per il personale non medico si passa dal 38,6% al 40,9%. La relazione segnala inoltre come per alcune regioni l'aumento sia molto rilevante: percentuali superiori all'80% si registrano tra i ginecologi nel Lazio (85,6%), in Basilicata (84,1%), in Campania (83,9%), in Sicilia (83,5%) e in Molise (82,8%). Anche per gli anestesisti i valori più elevati si osservano al sud (con un massimo di oltre il 77% in Molise e Campania) e i più bassi in Toscana (29%) e a Trento (31,6%). Infine, per il personale non medico i valori sono più bassi, con un massimo di 82,5% in Sicilia e 82% in Molise. In relazione ai tempi di attesa tra rilascio della certificazione e l'intervento, i dati segnalano che è aumentata la percentuale di Ivg effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento (58,6% nel 2007 rispetto al 56,7% nel 2006) ed e' di conseguenza diminuita la percentuale di Ivg effettuate oltre tre settimane anche se persiste ''una non trascurabile variabilità tra regioni''.
Intanto per Roccella la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza ''ha prodotto buoni risultati e in Italia l'aborto continua a diminuire, quindi non credo ci sia bisogno di rivedere la legge''. ''Caso mai - ha osservato Roccella - il nostro problema è continuare da una parte nell'opera di prevenzione e capire anche quali sono i fattori alla base del fenomeno in Italia per immaginare politiche di prevenzione ancora più efficaci, e dall'altra applicare il maniera più omogenea e intensa la prima parte della legge che è quella che dovrebbe appunto portare alla prevenzione delle interruzioni volontarie di gravidanza''. Su questo, ha concluso, ''potremmo immaginare delle linee guida concordate con le regioni per un percorso di prevenzione non più affidato solo alla buona volontà di operatori e volontari''.
Per quanto riguarda invece la pillola Ru486 diversi sono i commenti: ''Personalmente sono molto perplessa sull'utilizzo della pillola abortiva Ru486, poichè penso che persistano delle zone d'ombra sulla sicurezza di questo farmaco'', dice ancora Eugenia Roccella: ''ho chiesto che ci fosse la massima trasparenza delle valutazioni effettuate per esempio dal Comitato tecnico-scientifico dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) sul numero delle morti'' collegate alla Ru486. Per l'utilizzo della Ru486, ha quindi spiegato il sottosegretario, ''c'è per ora una situazione a macchia di leopardo e solo in alcune regioni si adotta la pillola abortiva sulla base di protocolli regionali, e non con un protocollo autorizzato dall'Aifa''. Non c'è dunque una rilevazione statistica e si tratta, ha aggiunto, ''di casi di utilizzo limitati. Dal prossimo anno - ha quindi annunciato Roccella - metteremo in atto un'indagine statistica specifica''. Al momento, ha rilevato Roccella, sono disponibili i dati che provengono da alcune regioni, come l'Emilia Romagna. Ciò che ''possiamo rilevare - ha detto - è che il protocollo adottato dalle regione Emilia Romagna prevede tre giorni di ricovero in day hospital, ma due pareri del Consiglio superiore di sanità dicono che c'è parità di rischio tra aborto farmacologico e chirurgico solo se l'aborto farmacologico viene completato in ospedale. Ma questo però non è possibile assicurarlo con il protocollo che viene adottato''. Su ciò, ha concluso Roccella, ''c'è una perplessità che io spero venga raccolta dall'Aifa''. ''Sulla pillola abortiva Ru486 ho delle riserve, sia scientifiche che finanziarie, certo non è la pillola dei miracoli'', aggiunge il sottosegretario alla Salute, Francesca Martini. ''Non è un gioco, non è una automedicazione - aggiunge Martini - questa pillola non dà la garanzia infatti dell' espulsione della camera gestazionale, deve essere somministrata sotto stretto controllo medico e, anche se evita l'intervento chirurgico, non evita il dolore e rischi collegati, in quanto c'è un fattore espulsivo. Inoltre, va sempre fatto il controllo sulla piena espulsione e, se non è avvenuta, occorre ricorrere al raschiamento''. ''Siano i medici e le donne - prosegue Martini - a valutare questa pillola con scienza e coscienza. Anche sui costi, ritengo che tutto ciò andrebbe a pesare sul bilancio delle regioni''. ''L'Aifa - conclude Martini - dovrebbe allegare a questa autorizzazione dovuta nell'ottica della libera circolazione del farmaco in Unione Europea, un protocollo operativo per rendere ben chiare le modalità di somministrazione e i fattori di rischio, non solo quelli di decesso ma le reazioni soggettive, il rischio di una non completa espulsione e altro ancora''.
 

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