Come risollevare la sanità

Carlo Padula | 25/08/2009 11:04

insufficienza-renale

Il pensiero di un medico di famiglia alle prese di una quotidianità infelice e demotivante.

 

Da indagini statistiche si rileva che in Italia il cittadino è sempre più insoddisfatto del sistema sanitario. Gli si rimproverano: tempi lunghissimi per effettuare una visita specialistica o accertamenti strumentali; ticket spropositati; non concedibilità gratuita di alcuni farmaci; contributi previdenziali esagerati; errori medici sempre più frequenti ed altro ancora. Non si conoscono statistiche che, al contrario, riportino il pensiero dei medici sullo stesso argomento. Certamente oggi il medico di famiglia ha raggiunto il massimo della demotivazione. Chi abbia operato in questo settore per tanti anni, non può non avvertire l'enorme differenza tra il sistema antico e quello odierno. Si dice che la società è cambiata, che sono cambiati gli stili di vita, che i rapporti umani non sono più quelli di un tempo. Questo cambiamento, evidentemente in negativo, non poteva non infarcire tutto ciò che ci circonda e, quindi, anche la sanità, il rapporto medico-paziente, l'approccio alle malattie. Le persone sembrano meno propense a lasciarsi guidare dal proprio medico di fiducia, credono molto a quanto viene proclamato dai media, sono convinte che la soluzione dei loro problemi risieda solo e comunque nei farmaci (cutura farmacocentrica) e che la prevenzione sia soltanto strumetale e non risieda in vece in un corretto stile di vita e nei sani comportamenti. Manca anche il rispetto d'antan. Ed il medico? E' sempre più solo, sovraccaricato di leggi e leggine, di "note" imposte dall'AIFA, di regole emanate ad ogni piè sospinto dalle ASL. Non è più libero nelle scelte terapeutiche, nè nelle decisioni sui percorsi da intraprendere perchè tutto o quasi è in funzione del volere altrui, del risparmio, della logica del budget e del marketing. Come ridare dignità al medico? Come riqualificarlo? Come intervenire per modernizzare la sanità? L'ex ministro della sanità, Livia Turco, a suo tempo, aveva avanzato una ipotesi: far passare i medidi di famiglia dallo stato di liberi professionisti a quello di dipendenti. Apriti cielo! La proposta fu immediatamente avversata dai sindacati. In realtà la proposta del ministro avrebbe aperto nuovi insperati spiragli positivi. Il medico di famiglia non avrebbe avuto soltanto doveri ma anche diritti: diritto alle ferie, diritto alle assenze per malattia, diritto alla tredicesima. Questi diritti attualmente gli sono negati. In poche parole, il suo ruolo nella sanità sarebbe stato equiparato agli ospedalieri con, ovviamente, tutti gli oneri relativi. Il punto saliente sarebbe stato lo sdoganamento del filo improprio che lega ogni paziente ad un medico. Lo scioglimento di questo rapporto obbligato avrebbe fatto acquistare al professionista un maggior peso specifico nei confronti del malato e la possibilità di migliori scelte terapeutiche, consapevoli e ragionate. Sarebbe caduto, inoltre, un altro fattore improprio: una retribuzione al sanitario corrispodente al numero dei pazienti in carico. Non è infatti giusto che un medico che inizi la professione di medico di famiglia debba guadagnare in modo irrisorio soltanto perchè ha pochi assistiti. L'equiparazione a dipendenti avrebbe consentito uno stipendio base uguale per tutti, con una progressione della retribuzione in funzione dell'anzianità lavorativa. Questa ipotesi di nuovo status del medico di famiglia avrebbe favorito una migliore utilizzazione delle risorse, una razionalizzazione del sistema, una utilizzazione dei sanitari a seconda delle necessità in vari settori di pubblico intervento (mobilità), misure diagnostiche più celeri, perchè il medico avrebbe operato in ambulatori messi a disposizione dalle ASL, così potendo assicurare una copertura assistenziale di 24 ore su 24, con turni di otto ore (tre medici per ambulatorio, con disponibilità di almeno dieci ambulatori). Purtroppo  è, e rimane, soltanto utopia.