LA TEORIA ORGANODINAMICA DELLE MALATTIE MENTALI DI HENRY EY

Psichiatria | Enrico Venga | 18/08/2009 16:08

 


 

 


Il movimento organodinamico della malattia mentale fu contrapposto sia al movimento organo meccanicistico sia a quello psicorganicistico , poiché considerava la malattia mentale non un corpo estraneo, ma originantesi dalla stessa organizzazione dell’essere vivente, in quanto essa rappresenta il risultato della sua disorganizzazione.
In tal senso la malattia mentale veniva etichettata come disorganizzazione della vita psichica ( ‘dell’apparato psichico’ diceva Freud ). Per meglio corroborare tale concetto, in questi studi fu considerato e stabilito il concetto di ‘corpo psichico’ inteso come il prodotto di una doppia generazione: l’una ‘genetica’, l’altra ‘individuale’. Tali modo, si rafforzava il concetto che la malattia mentale non crea un fenomeno patologico estrinseco all’organizzazione, ma dipende dalla destrutturazione di questa organizzazione.
Jhon Hughlings Jackson (1835-1911) sviluppò l’idea della evoluzione delle funzioni del sistema nervoso come uno ‘sviluppo ascendente’ caratterizzato dal più organizzato, dall’estremo inferiore verso i centri superiori, considerando, quindi, l’evoluzione come passaggio dal più automatico al più volontario. Egli stabilì alcuni principi per meglio razionalizzare la propria ricerca.
Il primo principio Jacksoniano è quello dell’ evoluzione – inteso come gerarchia delle funzioni –
Il secondo principio è quello della distinzione tra segni negativi e positivi.
Il principio della gerarchia funzionale dei livelli di attività inferiori o superiori di Jackson non va ritrovato nella complessità, ma nell’attività della funzione d’integrazione.
In tal senso, il sintomo, quale esso sia, manifesta la latenza del disturbo fondamentale, che è la disorganizzazione di un sistema funzionale di un certo livello di integrazione.
L’integrazione comporta sia delle funzioni integranti sia delle funzioni integrate e fonda la distinzione fra ‘dissoluzione uniforme ‘ e ‘dissoluzione locale’.
Questi principì della “dissoluzione funzionale”, applicati alla psichiatria, possono, senza tema di dubbio, indurci a qualche riflessione.
Lo psichiatra francese Henry Ey (1900-1977) sostiene che “ Il Jacksonismo è stato il modello più autentico di ogni teoria dinamica neuropsichiatrica che si definisca come una gerarchia di livelli di dissoluzione e con la pulsione attiva delle istanze sottostanti a tali livelli”.
La distinzione, poi, stabilita da H. Jackson fra dissoluzioni uniformi ( o globali) e dissoluzione locale diventa fondamentale poiché è necessariamente implicita ad un sistema gerarchico di livelli di integrazione.
Nella dissoluzione uniforme l’evoluzione del sistema nervoso è invertita e vi è una riduzione generale di attività. Nella dissoluzione locale il movimento di inversione dell’evoluzione non riguarda il sistema nervoso in toto, ma una parte soltanto.
In tal senso, il neurologo inglese riteneva che la dissoluzione uniforme dell’attività psichica fosse una forma di dissoluzione prestazionale ed un’ involuzione della personalità. E differenziava la neurologia dalla psichiatria nello stesso modo con cui aveva postulato le concettualità della dissoluzione locale e della dissoluzione uniforme.
Egli riteneva che la neurologia studiasse l’attività preminentemente nervosa e la psichiatria , invece, le dissoluzioni delle funzioni.
Per Von Monakow C. et Morgue R., [ Introduction biologique à l’ètude de la Neurologie et de la Psychopathiologie,1928] ogni “funzione nervosa” non prescinde da una attività istintuale.
Kurt Goldstein [ Die Aufbau der Organismus,1934] sostenne che le varie funzioni hanno la peculiarità di stabilire la massima differenziazione tra il “fondo” (Grund) ( comportamento senso motorio) e la “figura” ( ordine differenziato).
Per Goldstein, Monakow e Morgue la funzione è collegata alle formazioni anatomiche che stabilisce il “copione” fisiologico, dell’organizzazione nervosa.
Le “dissoluzioni uniformi” colpiscono l’attività psichica in toto con le relative ed eventuali alterazioni biologiche.
Le “dissoluzioni locali” si possono sovrapporre alle concezioni che Monakow, Morgue e Goldstein hanno della dissoluzione funzionale, come una lesione privilegiata ed elettiva di certe sfere di localizzazione funzionale.
In base a tale distinzione Henri Ey, in “ Des Idees de Jackson A Un Model Organodynamique en Psychiatrie, 1975” scrive che “ nella patologia neuro somatica della vita di relazione vi sono dissoluzioni funzionali locali che costituiscono il precipuo oggetto della neurologia e delle dissoluzioni uniformi che costituiscono il precipuo oggetto della psichiatria”.
Egli ritiene, anche in virtù dei principi Jacksoniani, che “ l’idea fondamentale dell’uomo è che egli sia innanzitutto e soprattutto un’ organizzazione, oggetto della scienza naturale del suo essere e in particolare del suo sistema integratore cerebrale”.
Il vero pilastro della teoria organodinamica della psichiatria è, secondo Ey, l’organizzazione.
L’organizzazione intesa come ordine composto dell’essere vivente: “ questa nozione comporta sia una composizione sia un’ autonomia dell’organismo che si riferisce alla sua totalità, al suo sviluppo, alla sua differenziazione, alla sua complessificazione, al suo ordine gerarchico, che lo rendono un sistema integrato e aperto”.
La concezione organodinamica della psichiatria ritiene che “ tutte le malattie mentali sono “processuali”: non sono né ‘psicogene’ né ‘sociogene’ né ‘reattive’, “poiché ogni nevrosi così come ogni psicosi è l’effetto, a vari livelli, della disorganizzazione dell’essere consci”.
Infatti, Ey scrive che “ un ‘processo organico’, inteso non soltanto come l’insieme delle condizioni negative primordiali della disorganizzazione a vari livelli del corpo psichico, ma si intende anche la produzione attiva dei sintomi che ricevono senso dalle restanti profondità della vita psichica.
In tal modo, il senso della tesi ‘organodinamica’ postula una disorganizzazione processuale del ‘corpo psichico’ “.
Questi tentativi del neurologo inglese Jackson di individuare anche l’aspetto neurofisiologico della “ patologia mentale” e che hanno indotto lo psichiatra Ey ad elaborare su di essi una schema “organodinamico” della malattia mentale, ci hanno non poco affascinati.
Anche se J. Lacan nel suo Discorso sulla causalità psichica del 1946 sostiene che “ L’organicismo va arricchendosi, dalle concezioni meccanicistiche a quelle dinamiche e anche gestaltiche, e la concezione che Henri Ey ha ricavato da Jackson si presta certamente a questo arricchimento, cui la stessa discussione ha contribuito: egli non esce dai limiti che ho appena definito; il che, dal mio punto di vista, rende trascurabile la sua differenza dalla posizione del mio maestro Clérembault o di Guiraud, - precisato che la posizione di questi due autori ha rivelato un valore psichiatrico per nulla trascurabile, e si vedrà in che senso.
Ad ogni modo Henri Ey non può ripudiare il quadro in cui lo chiudo. Fondato su un riferimento cartesiano ch’egli ha certamente riconosciuto e del cui senso lo prego di riprender nota, questo quadro non designa altro che quel ricorso all’evidenza della realtà fisica che vale per lui come per noi da quando Descartes l’ha fondata sulla nozione di estensione. Le “ funzioni energetiche”, stando ai termini di Henry Ey, vi rientrano non meno delle “funzioni strumentali” “.
Lo stesso Jung C.G., in Medicina e Psicoterapia, 1945, pur non prendendo in esame l’opera di Jackson scrive: “ Il fatto che la psiche sia intesa come epifenomeno del corpo vivente o come ens per se ha ben poca importanza in psicologia; la psiche sa di essere e si comporta come esistente, in quanto possiede una sua propria fenomenologia che niente può sostituire. Con ciò dimostra di essere un fattore biologico che può essere descritto dal punto di vista fenomenologico come un qualunque oggetto scientifico” . Tuttavia, egli si lascia affascinare dalla stessa fenomenologia “psichica” rendendola come corpo a sé, e continua: “ Gli inizi della fenomenologia psichica risiedono nella cosiddetta psicofisiologia e psicologia sperimentale da un lato, nello nosografie e nei metodi diagnostici della psicopatologia ( esperimento associativo e immagini irrazionali di Rorschach) dall’altro, ma il grande insegnamento dimostrativo ci è dato da tutte le manifestazioni di vita psichica: scienze dello spirito, idee, movimenti religiosi e politici, arti, e così via”.
Tuttavia,noi siamo sempre stati convinti assertori, e lo siamo tuttoggi e studiamo in tal senso, che è l’organizzazione biologica-strutturale a determinare ed alimentare gli “eventi fisio-patologici” con tutto il corredo biologico di base, perciò non amiamo né la dicotomica separazione tra psichiatria e neurologia né le teorie che si fondano sullo psichismo né l’elezione di organi o apparati, che peraltro non si possono eleggere nemmeno a livello dell’embriogenesi.
Sotto questo aspetto, ricerchiamo affinchè non sia la fenomenologia, anche se statisticamente descrittiva, ad indurci all’etichettamento diagnostico, ma lo studio approfondito e mirato al singolo soggetto per la ricerca della meta-fenomenologia soggettiva.
Venga Enrico

 

 

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