Oltre i 70 battiti, infarto dietro l'angolo

Cardiologia | Redazione DottNet | 05/09/2008 14:48

Uno studio europeo condotto su oltre 12mila pazienti ha evidenziato che la linea di confine per un cardiopatico ma senza gravi scompensi è di 75 battiti al minuto. Oltre il rischio di mortalità aumenta del 24 per cento  e d'infarto del 46 per cento. L'ivabradina fa tuttavia diminuire del 36 per cento il rischio d'infarto e del 30 per cento la necessità di angioplastica. 

 Occhio al polso: se i battiti sono piu' di 70 al minuto cresce il rischio di infarto. E' questo il nuovo messaggio lanciato dai cardiologi riuniti a Monaco di Baviera per l'annuale Congresso della Societa' Europea di Cardiologia (Esc). A indicare la strada di una ''maggiore attenzione alla frequenza del battito cardiaco'' sono due studi pubblicati dalla rivista The Lancet sul numero di fine agosto: 'Europa' e 'Beautiful', entrambi legati a un nome italiano, quello di Roberto Ferrari, direttore della Clinica Cardiologica dell' Universita' di Ferrara, che proprio durante il congresso di Monaco assume la presidenza dell'Esc, che terra' fino al 2010. ''Il numero dei battiti del cuore - afferma Ferrari - e' il piu' semplice, preciso e meno costoso indice prognostico. E' il modo, o meglio il linguaggio con cui il corpo comunica che qualcosa non va''. E questo concetto e' valido non solo per i cardiopatici a cui si riferiscono i due studi, ma anche per la popolazione sana. Anzi: da oggi, l'alta frequenza del polso deve essere considerata come un fattore di rischio, come il colesterolo o l'ipertensione. E misurare il numero dei battiti dovra' divenire routine per tutti. Se poi una persona sana ha qualche battito in piu' non si allarmi: il modo migliore per ridurli in modo fisiologico e' l'esercizio fisico leggero ma costante, perche' abbassa i battiti nell'arco della giornata. Lo studio Europa, di cui Ferrari e' il coordinatore, ha considerato 12 mila pazienti cardiopatici senza scompenso cardiaco, quindi non gravi. E ha permesso di dimostrare che per loro la linea di confine e' a 75 battiti al minuto. ''Oltre questo limite - spiega il cardiologo italiano - il rischio di mortalita' cardiovascolare aumenta del 24% e quello dello scompenso cardiaco del 54%''. L'altra conferma della necessita' di portare attenzione al numero dei battiti viene dagli 11 mila pazienti cardiopatici con iniziale scompenso cardiaco seguiti per quattro anni nello studio Beautiful in 781 centri di 33 Paesi, sempre coordinato da Ferrari. In questo caso la linea di confine scende a 70 battiti al minuto. ''Oltre questo limite - aggiunge Ferrari - il rischio di mortalita' cardiovascolare aumenta del 34%, quello dello scompenso del 56%, quello di infarto cresce del 46% e quello di dover subire una rivascolarizzazione coronarica del 38%''. Ma a Monaco si e' andati oltre il riconoscimento della fraquenza cardiaca come indice prognostico. Lo studio Beautiful ha infatti dimostrato che la sola ed esclusiva riduzione della frequenza cardiaca effettuata con ivabradina, un farmaco che non ha effetto su altri parametri cardiovascolari, fa diminuire del 36% l' incidenza di infarto e del 30% la necessita' di un' angioplastica o di un by-pass. Ma qual e' la spiegazione logica che la frequenza cardiaca elevata fa male? ''E' una questione di consumi e di energia'', risponde Ferrari, che spiega: ''E' incredibile il lavoro che il nostro cuore fa ogni giorno: 100 mila battiti (35 milioni in un anno), 9000 litri di sangue pompati nel sistema cardiovascolare che copre ben 120 mila chilometri, che vengono percorsi dal sangue in soli 20 secondi''. Per far fronte a tutto cio' il cuore necessita di circa 30 kg di energia al giorno, prodotta con l'ossigeno che arriva insieme al sangue attraverso le arterie coronariche. ''Ma quando le coronarie sono malate (per arteriosclerosi), arriva meno ossigeno al muscolo cardiaco, che quindi produce meno energia e si deteriora''. Ora, ridurre la frequenza di 10 battiti/minuto al giorno, significa ridurre di ben 5 chili le necessita' energetiche del cuore, che quindi non si deteriora anche se ci sono placche nelle coronarie. ''In altre parole - conclude Ferrari - se riduciamo i giri del motore, la 'macchina' ha bisogno di minor quantita' di carburante e anche se i tubi della benzina sono incrostati, il motore continua a funzionare e non si ferma''.

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