Tumori: contro cancro fegato vince “gioco di squadra” tra oncologi e epatologi

Adelaide Terracciano | 19/10/2009 11:17

fegato

Sono circa 6 mila i nuovi casi di tumore al fegato diagnosticati in Italia ogni anno, ma la ricerca, negli ultimi 20 anni, ha registrato numerosi passi avanti che hanno consentito di offrire ai pazienti prognosi e qualità di vita migliori. Le nuove terapie biologiche, inoltre, hanno permesso agli oncologi, finora totalmente esclusi dalla gestione della malattia appannaggio esclusivo degli epatologi, di giocare un ruolo chiave nella presa in carico del paziente. La sfida rimane la diagnosi precoce, per consentire il miglior trattamento personalizzato possibile.

"Per quanto riguarda la diagnosi precoce, registriamo ottimi risultati nei pazienti che si rivolgono a centri di riferimento terziario, come i grandi ospedali cittadini, dove in oltre la metà dei casi la diagnosi individua tumori piccoli, in fase iniziale e potenzialmente guaribili con trattamenti radicali", afferma Massimo Colombo, della Fondazione Irccs ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena di Milano e curatore del libro. "Questo non è purtroppo vero, invece aggiunge Colombo - per pazienti che vengono identificati sul territorio o che fanno riferimento a centri di riferimento primario, dove la maggior parte dei casi diagnosticati è costituita da pazienti con tumore in stadio intermedio o avanzato, con minore possibilità di trattamenti radicali".

"Sino a 10 anni fa non erano disponibili trattamenti medici specifici contro il carcinoma epatocellulare in fase avanzata", afferma Armando Santoro, direttore del Dipartimento di oncologia ed ematologia dell'Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Mi) sottolineando che "recentemente i dati ottenuti con una nuova molecola, sorafenib, hanno aperto un nuovo filone di ricerca e di interesse clinico". Secondo gli esperti, il futuro potrà riservare favorevoli prospettive se, con genomica e proteomica, si riusciranno a sviluppare test sierologici predittivi di carcinoma epatocellulare dotati di sensibilità e specificità superiore a quelle del desueto test dell'alfa-feto proteina attualmente in uso. "In questo modo si potranno portare i programmi di screening e sorveglianza dagli ospedali nelle comunità, ottenendo un numero superiore di diagnosi precoci rispetto a quanto non si possa fare oggi", conclude Colombo.