Medicina: speranze contro Sla, proteina rallenta malattia in topi

Medicina Interna | Redazione DottNet | 02/09/2009 16:24

Nuove speranze di fermare la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), malattia neurologica nota per aver colpito numerosi campioni sportivi, in particolare calciatori, e contro la quale oggi non esistono ad oggi cure efficaci. Una molecola, la proteina C attivata - già conosciuta perché usata per prevenire i trombi - ha rallentato la progressione della malattia nei topi portatori della variante mutata del gene che causa forme ereditarie di Sla.

Lo spiega il team di Berislav Zlokovic dell'University of Rochester di New York (Usa) sul 'Journal of Clinical Investigation'. I ricercatori americani hanno scoperto che la somministrazione della proteina rallenta la progressione della malattia e aumenta la sopravvivenza degli animali di circa il 25%.
Gli studiosi suggeriscono che strategie mirate ad attivare la proteina potrebbero essere utili anche ai pazienti con forme ereditarie o sporadiche di Sla. Nel loro lavoro gli scienziati hanno scoperto che sia la somministrazione della proteina, sia quella di analoghi della stessa con una ridotta capacità antitrombotica, sono riusciti a rallentare l'aggravarsi della patologia in topi portatori del gene Sod1 mutato (quello che causa forme ereditarie di Sla). Non solo: i roditori sottoposti alla cura sperimentale vivevano più a lungo rispetto a quelli non trattati, anche se la terapia veniva iniziata dopo che la malattia si era manifestata. Successive analisi hanno indicato che questi composti sono in grado di arrivare dritti al cervello degli animali. Una volta lì, poi, agiscono riducendo l'espressione del gene mutato in alcuni tipi di cellule cerebrali, incluse quelle nervose distrutte nei soggetti malati di Sla. Insomma, la proteina può avere un effetto neuroprotettivo nei modelli di topi con Sla ereditaria.
Benché i ricercatori sottolineino che sono necessarie ulteriori ricerche prima che la proteina possa essere testata sui malati, trovano incoraggiante il fatto che al centro dello studio ci sia una molecola già impiegata sull'uomo a scopo terapeutico, nota appunto per
il suo potere antitrombotico.
 

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