Infarto curato come bronchite, medico condannato

Professione | Silvio Campione | 15/01/2010 09:09

Un medico di base di 51 anni, Licia Gaggioli, è stata condannata ad un anno per omicidio colposo per la morte di una sua paziente di 64 anni, Giacomina Pierucci, che si presentò - in base all'accusa - con dolori trafittivi al torace e irradiati al braccio sinistro, ma le venne diagnosticata una bronchite anzichè un infarto in atto, infarto che tre giorni dopo la portò alla morte.

Il giudice monocratico di Bologna Manuela Melloni ha condannato il medico anche al pagamento di una provvisionale di 100.000 euro a ciascuna delle due figlie di Giacomina Pierucci. Il Pm Stefano Garuti aveva chiesto la condanna ad un anno. I difensori del medico avevano sostenuto che in realtà la signora riferì solo di un dolore alla schiena. Il decesso avvenne all'ospedale di Loiano, sull'Appennino bolognese, il 23 agosto 2002. L'infarto - come aveva ricostruito anche il legale di parte civile che assiste i familiari della donna, avv.Francesca Mavilla - le venne diagnosticato solo la sera del 22 al pronto soccorso dell'ospedale, malgrado la Pierucci si fosse fatta visitare a Monghidoro dal medico curante il 20. Le venne diagnosticata una riacutizzazione bronchitica e le vennero prescritti antinfiammatori e miorilassanti. Malgrado questo continuò ad accusare fortissimi dolori. Il medico il giorno dopo, 21 agosto, prescrisse raggi al torace che vennero fatti in giornata. L'indomani il convivente di Giacomina Pierucci portò i referti alla dottoressa Gaggioli che confermò la propria analisi prescrivendo antibiotici. L'uomo - secondo la versione di parte civile - chiese ulteriori esami, ma il medico ripose che la signora non doveva essere ansiosa e che sarebbe guarita a breve. La sera del 22 però la situazione precipitò e familiari accompagnarono la donna all'ospedale, dove venne immediatamente ricoverata per infarto miocardico acuto in atto. All' 1.45 di notte cessò di vivere. Sia il Pm Garuti che l'avv.Mavilla avevano ricordato che la donna presentava diversi fattori di rischio: era ipertesa, dislipidemica (alterazione della quantità di grassi nel sangue), fumatrice, in eccesso di peso e suo padre era morto per un infarto miocardico acuto a 50 anni. Secondo i difensori però, non c'erano gli elementi per poter diagnosticare il problema al cuore, visto che la paziente diceva solo di avere male alla schiena. La difesa aveva chiesto l' assoluzione, ricordando anche una sentenza della Cassazione del 2006 con la quale si stabilisce il principio che se non vengono date le informazioni giuste durante la visita non c'è la colpa del medico.

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